La mia Scansano è un deserto Che amarezza questo vuoto
Il pittore Dino Petri condivide coi lettori del Tirreno una recente visita al suo paese natio: «Al suo posto un nuovo agglomerato»
la lettera
dino petri
Il pittore Dino Petri è uno degli artisti più conosciuti di Maremma. Da molti anni a Massa Marittima, è figlio di Scansano, paese a cui è legatissimo. Sua la storica etichetta del Morellino. Sua, e di Zelindo Biagiotti, la scoperta dei reperti che fecero scoprire il sito archeologico di Ghiaccioforte. Ecco il suo dipinto, a parole, di Scansano, velato di amarezza.
Ho fatto una scappata pomeridiana a Scansano, il paese natìo, per controllare qualche cosa che ancora ci conservo. Ho incontrato tre vecchie amiche che andavano alla chiesa della Botte per il rito mariano, antica e bella tradizione carica di un grande corredo di ricordi: giochi nel piazzale, passeggiate al sole nel viale, con le grandi acacie che ne facevano una galleria fiorita. Ho salutato con piacere il sacerdote, don Emanuele, cordiale e di spirito positivo. Sono andato alle Cascine, ho visto alcune persone davanti alla farmacia, non più comunale, ma privatizzata. Poi nessun altro. Deserti il parco, la piazza, le strade, i vicoli. Davanti al «belvedere» nessuno sguardo sospeso e ammirato. Deserto. Al Poggio, alle Mura, in Corte... niente, nemmeno un cencio rimasto appeso a un davanzale.
Amareggiato da tanto vuoto ho provato a insistere nel dedalo dei vicoli e, con sorpresa, ho trovato un vecchio amico che, fiducioso, rinnovava il terriccio in alcuni vasi di gerani. Finalmente, un sorriso di sollievo. Quindi ho sentito il rombo di una moto in transito nella via centrale; era un vigile urbano che controllava se vi fossero auto in sosta oltre la striscia bianca della sede stradale.
Ho chiesto se questa mancanza assoluta di abitanti fosse dovuta al divieto di assembramenti ancora in vigore. «No, niente, è sempre così quotidianamente...», mi ha risposto.
Terribile. E pensare che nel 1805-1806 Napoleone Bonaparte voleva fare di Scansano il capoluogo provinciale. Al posto dell’ambìto paese è stato realizzato, negli ultimi cinquant’anni, nei poggi ripidi vicini al cimitero, a un chilometro e mezzo di distanza dal centro storico, un agglomerato di costruzioni dove vive la maggioranza dei pochi abitanti rimasti del paese, senza disporre di un minimo di servizio civico: una piazzetta, una rivendita di sali e tabacchi... Roba da «mati», si diceva negli anni ’50. Il tutto, si presume, con il consenso dei diversi organi amministrativi, comunali, provinciali e regionali. Prima di tornarmene via, una visita al cimitero. Nella parte più nuova le tombe, variamente ordinate con i marmi diversi, civilmente custodite, luccicavano nel sole di maggio. —
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