Quasi tutte scadenti Ma migliorandole diverrebbero risorsa
Una programmazione amministrativa la chiave per battere nuove strade
L’INTERVENTO
GUIDO DEL GIZZO*
Per una volta, mi tocca essere d’accordo con il sindaco di Orbetello, quando afferma che le sagre sono una bella gatta da pelare, non soltanto per lui: ha ragione, se ne discute, senza costrutto da oltre un decennio, in tutta la provincia.
L’aspetto positivo della situazione attuale, però, è che può essere l’occasione per cambiare strada, finalmente.
Le sagre, in teoria, dovrebbero avere qualcosa a che fare con la promozione del territorio.
In realtà, attengono sostanzialmente a due ordini di problemi: la base di consenso che le associazioni sportive e di volontariato rappresentano per i gli amministratori locali, da un lato, e le soluzioni possibili per fronteggiare i tagli alla spesa pubblica, soprattutto nel settore dello sport dilettantistico (o semi-professionale) e dell’assistenza, dall’altro.
Organizzare sagre per finanziare società sportive, o servizi di assistenza, è certamente una buona idea.
Farlo a spese di un settore di attività, la ristorazione, invece è una stupidaggine: e infatti, puntualmente, le varie associazioni di categoria e di promozione locale ne hanno chiesto la sospensione, “approfittando” dell’emergenza Covid per provare a tamponare un problema irrisolto da anni.
Le sagre, in grande maggioranza, sono di livello scadente, costose e basate, in misura prevalente, sull’offerta di prodotto surgelato: sono lontani i tempi in cui lo standard era quello della Sagra d’Autunno di Caldana.
In più, sono concentrate nel periodo di massimo afflusso turistico, in luglio e agosto, partecipando, in molti casi, a dequalificare l’offerta locale: e non basta l’obbligo all’uso di prodotti biodegradabili per renderle decenti.
Il problema, come al solito, è nella capacità di governo che si è in grado di mettere in gioco.
Le sagre sono una grande opportunità di ampliamento dell’offerta locale, sia in termini di prodotto che di servizio: però vanno progettate, programmate, assistite e promosse.
Una “gatta da pelare”, come dice Casamenti, che va affrontata almeno a livello di Ambito turistico: facendo un lavoro di ricerca storica, per riscoprire quelle che ci siamo perse nei decenni, di immaginazione, per inventarne di nuove, di formazione degli addetti, per assicurarne una corretta gestione, di comunicazione e promozione, per raccontarle, legarle al territorio e allungare la stagione turistica.
Per assurdo, il modello esiste ed è Gustatus, che va replicato, declinato e diffuso in funzione delle opportunità e delle iniziative da sostenere: per arrivare ad un calendario che sviluppi sagre, di qualità e identità, nei mesi di maggio, giugno, settembre ed ottobre.
Basterebbe che ci lavorasse un responsabile per Comune, sotto la guida di un coordinatore di ambito.
Il problema, però, è che ci vorrebbero degli amministratori locali…
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