Il Tirreno

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castel del piano  

È una Val d’Orcia mai vista prima È quella Grossetana a dorso di cavallo

Fiora Bonelli
È una Val d’Orcia mai vista prima È quella Grossetana a dorso di cavallo

L’associazione Slow horse ha percorso 41 chilometri  lungo un itinerario inedito da riproporre agli amanti del bello

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castel del piano

«La Val d’Orcia è anche di Castel del Piano e non solo di Siena. È una Val d’Orcia più verdeggiante e meno riarsa dei calanchi di quella senese, più struggente nei suoi colori, più ricca di viti e oliveti. Ma la Val d’Orcia è anche grossetana».

Così Marco Cavallo, uno dei membri dell’associazione Slow horse di Castel del Piano, ha deciso di far scoprire questa sponda dell’Orcia agli appassionati di mobilità dolce, e si è messo in cammino a dorso del cavallo, per ripercorrere una strada storica, l’antica Vì Siena, una importante “bretella” della Via Francigena che collegava, fin dal Medioevo, guadando l’Orcia, Buonconvento all’Amiata.

Era la strada dei pellegrini, di cui la più famosa resta Santa Caterina da Siena che, dalla Rocca a Tentennano dove soggiornava, arrivò fino a Montegiovi per continuare il suo viaggio verso Roma. La Vì Siena, dunque, partendo da Buonconvento, saliva a Montalcino, toccava Sant’Antimo e Castelnuovo dell’Abate, poi scendeva al fiume Orcia. Attraversava il fiume e attraverso le campagne di Dogana Alta, Rogaggio e Anteatina, giungeva a Montegiovi. Da qui si distaccavano altri due bracci, uno per Castel del Piano e l’altro per Abbadia, dove la Vì Siena si ricollegava alla Francigena. Una strada costellata da cenobi, pievi, chiese e scelta per questa ragione dai santi e dai pellegrini diretti a Roma: da San Bernardino a Giovanni Colombini e Santa Caterina, appunto. Paesaggi mozzafiato, con il cono amiatino sempre visibile, come un faro, e storie e leggende e fatti miracolosi segnati nelle pietre delle pievi e dei cenobi toccati dalla strada.

«Abbiamo voluto ripercorrerla seguendo le indicazioni degli storici e degli studiosi – spiega Cavallo – ci siamo preparati non solo sul tracciato da seguire coi cavalli, ma anche sulle storie e le tante leggende legate a questi luoghi. Siamo partiti da Castel del Piano e siamo arrivati all’abbazia di Sant’Antimo guadando l’Orcia che per un lungo tratto bagna, appunto, anche la campagna grossetana. La nostra Val d’Orcia». Marco Cavallo assieme ad altri tre cavalieri, dunque, hanno percorso 41 chilometri.

La partenza è avvenuta dalla rotonda di Castel del Piano dove si trova l’istallazione dei ferri di cavallo del Maestro Daniel Spoerri: «È una rotonda simbolica – spiega – che esalta il cavallo e il palio, e da qui, per la vecchia strada di Montegiovi, siamo arrivati al Noceto, con la sua cappellina dove transitò anche Santa Caterina. Dopo aver oltrepassato Montegiovi e poi l’Anteata, abbiamo guadato il torrente Zancona per entrare nel territorio di Montenero d’Orcia. Lasciati alle spalle il Podere del Vescovo e il Podere del Matto, siamo scesi in una radura incantevole, che guarda all’Orcia. Abbiamo guadato il fiume, lasciando così la parte grossetana e entrando nella val d’Orcia senese. Siamo arrivati a Castelnuovo dell’Abate e poi abbiamo riposato all’azienda Ciacci Piccolomini.

Infine, ecco Sant’Antimo. Un’abbazia spettacolare sempre avvolta nel mistero e nella leggenda medievale, coi suoi ricami e la sua solitudine assoluta. Da qui, dopo essere tornati a Castelnuovo, abbiamo ancora guadato l’Orcia e ripercorso il tratto dell’andata.

La giornata è servita a conoscere bene la strada per riproporla, appena sarà possibile, al gruppo di cavalieri che vorranno conoscere le suggestioni e la storia di questa terra, per testimoniare che la bellezza della Val d’Orcia è anche patrimonio del Grossetano e non solo del molto più noto ambito senese. Credo – sottolinea Cavallo – che anche la nostra Val d’Orcia potrebbe essere, a buon diritto, Patrimonio dell’Umanità, così come quella di Siena. C’è lo spettacolo eccezionale dei fiumi Zancona, Ente e Orcia, appunto, la bellezza dei prati fioriti e dei campi coltivati, dei panorami inaspettati che ti si aprono davanti agli occhi, le chiesette, le poste, i casolari che punteggiano con delicatezza il mare di verde che li circonda. Una scoperta anche per noi che di certo ci torneremo e ne racconteremo le storie».

E, intanto, il 13 giugno c’è la prima uscita col miccio amiatino dell’associazione Slow horse. Saranno soprattutto i più giovani a partecipare alla camminata e a provare a cavalcare il miccio, in un impegnativo percorso che partirà da Castel del Piano, scenderà verso la zona delle Conce, poi verso la frazione di Tepolini e infine Seggiano. Un itinerario in cui sarà possibile scoprire leggende, come quella della Madonna del Drago, oppure le tracce delle tante attività artigianali che in tempi remoti si svolgevano in quella zona, che in età medievale e anche prima fu una delle più operose di Castel del Piano. Infine Seggiano, con la magia dei suoi olivi e il suo oro verde, con i frantoi e il museo dell’olio. Un itinerario che si lega all’ambiente, alla scoperta del miccio d’Amiata, alle tradizioni e alle leggende di una montagna che attende solo di essere scoperta. –

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