Il Tirreno

Grosseto

la storia

Il sergente partito diciottenne e ucciso a un passo dal ritorno

Fiora Bonelli
Rodolfo Butelli, 80 anni, e a destra, il sergente Rodolfo Butelli, fratello di suo nonno, caduto in guerra nel 1918
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Rodolfo Butelli, 80 anni, e a destra, il sergente Rodolfo Butelli, fratello di suo nonno, caduto in guerra nel 1918

Rodolfo Butelli fu colpito da una granata e morì il 21 settembre 1918. L'emozione del pronipote per aver ritrovato la sua lapide

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MANCIANO. Il sergente Rodolfo Butelli, il cui nome oltre che nella lapide scoperta dal cercatore di epigrafi compare anche nel monumento ai caduti del borgo di origine, nacque a Manciano il 6 febbraio 1896. Partì per il fronte a 18 anni e divenne sergente del 2° reggimento artiglieria pesante campale. Colpito a morte il 20 settembre da una granata, spirò ad Avio (Trento) il 21 settembre 1918.

Nemmeno due mesi dopo, la grande guerra sarebbe finita. Il dramma della famiglia lo raccontano la lettera del comandante e la lettera dei genitori di Rodolfo al sindaco, e lo strazio della mamma e del babbo, ancora vivo quando, dopo quattro anni, riuscirono a traslare la salma del figlio al cimitero di Manciano. I genitori del sergente Butelli, Evaristo e Maria, dopo la sua morte avrebbero voluto che qualche nuovo nato della grande famiglia Butelli prendesse il nome del loro unico figlio. Ma dovettero aspettare più di vent’anni. Nel 1939 al nipote di Evaristo, Florio, nasce un bambino. E Florio con la moglie Renata accoglie il desiderio che tante volte Evaristo e Maria avevano inutilmente manifestato ad altri parenti. Il piccolo di Florio e Renata vede la luce il 21 ottobre, e Rodolfo diventa il suo nome.

«Legato a questo antenato per via del nome e del ceppo familiare – confessa Rodolfo ormai ottantenne – due anni fa mi venne da ripensare a tutta questa storia. Ora che sono vecchio, i ricordi mi assalgono e vi frugo dentro, per cercare un senso a questa nostra vita e ai suoi dolori. Così due anni fa, per il centenario della morte del sergente, mi era venuta la voglia di sapere cosa mi legasse al Rodolfo da cui ho avuto in eredità il nome, se c’è nei nostri destini un filo che ci lega. Il nome, certo, ma ci lega anche Evaristo che ha visitato e riempito di carezze la mia culla come aveva fatto con quella del figlio, per due anni, prima di morire. E poi ci lega quel calore vissuto nella bottega di calzolai della nostra famiglia, che entrambi abbiamo frequentato, dove arrivavano durante il giorno parenti e amici a fare comunità, a raccontare storie e a consolidare legami. E mi immagino cosa mai fantasticasse Rodolfo al fronte: avrà pregustato il ritorno dopo aver assaporato la sua fetta di dolore. Lo uccisero le ultime cannonate. Ora, grazie al ritrovamento della sua lapide da parte del signor René, so anche precisamente dove Rodolfo cadde ferito a morte. Mi emoziona poter continuare a riavvolgere la pellicola di questa storia vera, che è rimbalzata fino a Rovereto ed è andata a posarsi, indicandomi un’epigrafe, fra le rocce e i prati di quella terra dove il sergente Butelli morì per la patria».

Tornano in mente “L’elegia scritta in un cimitero di campagna” che Thomas Gray compose nel 1750 o le “Meditazioni fra le tombe” del teologo e scrittore James Harvey, o “Il lamento e i pensieri notturni sulla vita, la morte e l’immortalità” dell’inglese Edward Young. Tutti scrittori che ispirarono Ugo Foscolo per quei “Sepolcri” (1806) che invitano, proprio come questa lapide sperduta nel sentiero delle Termopili italiane, a onorare col pianto tutti i luoghi in cui sia considerato sacro il sangue versato per la patria. —

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