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A caccia di anticorpi IgM e IgG, veloci ma non sempre precisi
I test sierologici consentono di sapere se l'organismo è entrato in contatto con il Covid-19 per valutare chi sottoporre a tampone
GROSSETO. Come funziona il test sierologico? E cosa è in grado di dirci? «In caso di Covid-19 gli anticorpi sviluppati dall’organismo sono due», spiega il dottor Gian Piero Caldarelli, direttore del laboratorio analisi del Misericordia di Grosseto. «Le IgM, che sono i primi anticorpi a formarsi, e le IgG, che sono gli anticorpi di protezione, quelli che rimangono nel tempo e ci proteggono nel caso in futuro il virus si ripresenti».
Le IgM (Immunoglobuline M) si manifestano nei primi sette giorni dalla comparsa dei sintomi e sono molto utili per confermare con precisione la diagnosi di infezione. Le Immunoglobuline G, invece, vengono prodotte dopo quattordici giorni.
«Se il test sierologico evidenzia la presenza di IgG significa che si è avuto un contatto con il virus e si è guariti – spiega ancora Caldarelli – Se compaiono tutti e due significa che il paziente è in fase attiva dell’infezione. Purtroppo a volte, al momento del test, il paziente non ha ancora sviluppato gli anticorpi IgG».
D’altro canto, nel caso del Covid-19 non è chiaro per quanto tempo e in che misura gli anticorpi IgG riescano a proteggerci. Insomma, se anche il test rilevasse la presenta di IgG, non significa che siamo “immuni” al virus, ovvero che riusciremmo a sconfiggerlo di nuovo nel caso ne venissimo di nuovo in contatto.
Il test sierologico, inoltre, non è lo strumento d’elezione nemmeno per dirci se siamo guariti dal virus: in questo caso solo il doppio tampone negativo può togliere ogni dubbio.
Un altro limite del test sierologico riguarda un aspetto molto importante di questa pandemia: la trasmissione del virus. Aver prodotto gli anticorpi non significa, infatti, che non siamo più contagiosi. Tanto che la stessa ordinanza del 3 aprile con cui il presidente della Regione Enrico Rossi ha introdotto i test precisa che «il test sierologico rapido non ha da solo valenza diagnostica, per cui a seguito di esito positivo o dubbio del test effettuato ai soggetti, di cui al punto 1, si procede alla effettuazione del test diagnostico molecolare (tampone orofaringeo)». —
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