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Sgravi fiscali in cambio di soldi: condannato
Domenico Fiumanò, ex dipendente dell’Agenzia dell’entrate di Viareggio, dovrà risarcire quasi 29mila euro
viareggio
Applicava sgravi fiscali a suo gradimento, in cambio però di un compenso. Tutto in modo illecito. Motivo per cui Domenico Fiumanò, 65 anni, di Massa Marittima, ex dipendente dell’Agenzia dell’entrate di Viareggio, è stato condannato in via definitiva per istigazione alla corruzione per l’esercizio di una pubblica funzione e falsità materiale in certificazioni amministrative (l’accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato è finita in prescrizione). Adesso dovrà anche risarcire l’agenzia del ministero dell’economia per il danno da retribuzione indebitamente corrisposta, quello da disservizio e all’immagine provocato. Quasi 29mila euro (28.835, 65 per la precisione) la cifra stabilita dalla Corte dei conti.
I fatti risalgono al triennio 2007–2009. A far scattare il controllo era stata la querela di un privato che, attraverso il suo consulente di lavoro, era venuto a conoscenza di un dipendente dell’Agenzia che svolgeva attività illecita di intermediazione di sgravi fiscali, dietro pattuizione di un compenso illecito. Era così partita un’indagine interna sulle pratiche seguite dall’ex dipendente che ha portato a scoprire «una nutrita serie di indebiti sgravi fiscali relativi alle posizioni curate dal convenuto», si legge nella sentenza dei giudici contabili che hanno condannato l’uomo a pagare i danni.
«In punto di fatto – scrive la Corte dei conti –, la sussistenza materiale dei comportamenti ascritti è pacifica, in quanto emergente, tra l’altro, da sentenze penali irrevocabili di condanna». Ma le «risultanze a carico della parte convenuta (l’ex dipendente, ndr) sono fondate, oltre che su provvedimenti giurisdizionali irrevocabili, sugli esiti dell’indagine interna e su certificazioni proveniente dall’amministrazione finanziaria».
Secondo la corte dei conti – che ha accolto tutte le ipotesi della procura contabile – il 65enne ha anzitutto causato un danno da «indebita retribuzione» pari a 8.732, 65 euro per aver «svolto attività criminoso distraendo le proprie energie lavorative in orario di servizio». Al di là dell’illiceità del comportamento tenuto, si legge nella sentenza, «nell’attuale disegno organizzativo della pubblica amministrazione costituisce elemento apprezzabile mancata resa, in favore della collettività, del servizio di cui è incaricato». Ha poi causato un danno da disservizio quantificabile in 5.103 euro per «le risorse impiegate per accertare, quantificare ed elidere il pregiudizio arrecato all’erario». Infine ha provocato all’Agenzia delle entrate un inevitabile danno di immagine, quantificabile in 15mila euro, a maggior ragione perché, all’epoca, la notizia rimbalzò su tutti i quotidiani locali. —
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