Il Tirreno

Grosseto

il processo capuano 

«Durante l’atto notarile spunta una pistola» Testimonianze choc

Francesca Gori

Il commercialista avrebbe dato in escandescenze nella casa di Luca Marchionni che si era rifiutato di firmare

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«Ha tirato fuori la pistola insieme ad alcuni documenti e l’ha appoggiata sul tavolo»: si gela l’aria nell’aula della corte d’assise del tribunale, impegnata ieri per più di dieci ore per un’altra udienza del processo a carico del commercialista Evans Capuano ( e non Elvis, come erroneamente indicato nell’articolo uscito ieri - ci scusiamo per la svista). A raccontare l’episodio è il notaio Sergio Graziosi, incaricato qualche volta dallo studio del commercialista di redigere atti notarili. Il sostituto procuratore presso la Direzione distrettuale antimafia di Firenze, Giuseppina Mione, va dritta al punto, chiedendo chiarimenti al professionista su due contratti in particolare. Quello stipulato tra Arietto Giovannelli e Sara Toninelli, una cessione di ramo d’azienda per un’attività di ristorazione, e quello tra Luca Marchionni e Giuliana Alasi, la suocera di Capuano. Due operazioni che, secondo la Procura, presentano più di un punto oscuro: nel primo caso, il canone d’affitto indicato da Capuano, sarebbe stato particolarmente svantaggioso per Giovannelli, appena 20 euro al mese. «Quando ho capito che le parti non avevano idea di quello che avrebbero firmato e mi hanno chiesto delucidazioni - spiega il notaio - mi sono fermato: l’atto è stato firmato nei giorni successivi. Nella seconda occasione io non ho fatto domande». A spingere i due a mettere quella firma sarebbe stato lo stesso Capuano che durante la stipula del secondo contratto, quando l’imprenditore Luca Marchionni avrebbe dovuto cedere l’arenile alla suocera del commercialista, nella casa dell’uomo, avrebbe estratto la pistola insieme ad alcuni documenti. «Tra i due scoppiò una lite perché non c’era accordo - spiega il notaio - e Capuano di mise a urlarmi “strappa tutto, butta via tutto”. Mi sono alterato, quelle parole mi sono arrivate come un ordine. Lo dicevano, in città, che girava con una pistola ma io non lo avevo mai visto. Quel giorno era fuori di sé. Minacciò Marchionni, ma di ritorsioni economiche, non di fargli del male».

Dopo la testimonianza del notaio e quella di una dipendente dello studio che ha confermato ai giudici che nello studio di Capuano c’era spesso Dante Martignetti, imputato anche lui, che aveva un ufficio tutto suo. «Non si sapeva però, che ruolo avesse» - ha spiegato la donna, è stata la volta di un altro dipendente che ha raccontato di aver assistito al pestaggio dell’imprenditore Arietto Giovannelli, avvenuto proprio in quelle stanze. Ma non solo: il dipendente ha anche spiegato quello che sarebbe stato il sistema di gestione dei clienti del commercialista ai quali - ha detto Andrea Leonetti - venivano fatti firmare decine e decine di fogli in bianco, che poi sarebbero stati compilati a seconda delle esigenze.

C’era anche lui, il giorno in cui due uomini, riconosciuti poi per Angelo Murè, il braccio destro di Capuano, e Giuseppe Imparato, lo avrebbero picchiato. «Sono rimasto sorpreso - ha detto in aula - paralizzato dalla paura». Arietto Giovannelli fu preso a calci e pugni. Nello studio del commercialista entravano e uscivano personaggi che, a detta dei testimoni, nulla avrebbero dovuto avere a che fare con la professione dell’uomo. Poi, c’erano le armi: una trovata proprio da Leonetti, in una busta di plastica. Testimonianza, quella di Leonetti, che lo ha provato molto. «Ora - ha detto ai giudici della corte d’assise - temo ritorsioni per quanto ho detto».—

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