«Capuano mai stato invitato alla comunione di mia figlia»
L’imprenditore Giovannelli ha concluso la sua deposizione al processo «Non sono qui per farmi compatire ma forse era meglio se me ne andavo»
«Vede giudice, io oggi dovevo andare in ospedale a fare il trapianto e invece sono qui a testimoniare». Arietto Giovannelli, imprenditore, testimone dell’accusa nel processo nei confronti del commercialista Elvis Capuano e di altri sei imputati (presente in aula Angelo Murè) anche su episodi di presunta estorsione. Per motivi di salute - i noti problemi all’occhio destro - parla con fatica, come aveva fatto nel corso della precedente udienza di due settimane fa, ma porta a termine il suo esame: ieri era la volta delle domande degli avvocati degli imputati. Ed è comunque un’udienza turbolenta, poco più di due ore e mezzo, con i richiami della presidente Laura Di Girolamo a non formulare al testimone «domande nocive» e a non sollevare dibattiti tra le parti del processo. Giovannelli conferma le risposte alle domande a suo tempo poste dal pm. E spiega che la sua vita è cambiata: «Da quando sono stato picchiato ingiustamente - dice riferendosi all’aggressione nello studio di Capuano del marzo 2015 - non è che ho paura ma ancora non sono riuscito ad affrontare tutto. Non sono qui per farmi compatire. Io sono una persona ancora attiva, ma forse era meglio se andavo via dalla zona. Non ho niente da nascondere, sono una persona per bene».
Gli avvocati Guiscardo Allescia (per Capuano) e Riccardo Sensi (per Murè) gli chiedono di precisare alcune circostanze. Giovannelli prima conferma di non aver messo firme sui contratti di affitto dei capannoni riferibili a Capuano però di fronte alle contestazioni spiega di aver firmato quello per il capannone per la sua ditta, la Sip. «Ma i contratti non li ho mai visti», aggiunge, riferendosi all’impossibilità di averne copia dall’ufficio di Capuano nonostante le richieste «non dico tutti i giorni ma uno sì e uno no». All’imprenditore viene chiesto di essere più preciso sugli sfratti («io ne ho avuto uno, non tre»), ad accordi con Capuano («trattativa mai andata in porto, con lui era impossibile parlare»), al pagamento degli affitti («abbiamo pagato fino a che abbiamo potuto, poi Capuano ha aumentato affitti e notule e noi siamo andati al collasso»). Ma lei ha aperto il ristorante Meeting Point e il Paese dei Balocchi senza avere le autorizzazioni? «Avevamo le autorizzazioni, ci aveva pensato il mio ufficio». Però non aveva i contratti: «Anche il Comune ce li chiedeva, ma noi non li abbiamo mai potuti avere». E quando aveva lasciato «il locale era attivo, lavorava». E l’affitto? «Lo pagavo in assegni e anche in contanti». Ma è vero che aveva invitato Capuano alla cerimonia della comunione di sua figlia? «Mai invitato alle feste di mia figlia. Le racconto questo. Un giorno al nostro locale a Torre Mozza venne un uomo. Pioveva, si mise su una sdraio sotto un ombrellone, si addormentò: andai a vedere chi fosse, era Capuano». Le ultime minacce di Capuano? «Era un sabato, penso nel 2014 o 2015. Mi disse che avrebbe ammazzato me e la mia famiglia». Ha risentimento nei confronti di Angelo Murè? «Mi ha picchiato...». Dopo il primo intervento all’occhio lei quanto campo visivo aveva? «L’80 per cento». E a che distanza aveva visto Murè vicino al capannone? «Duecentocinquanta metri». —
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