Il Tirreno

Grosseto

l’omicidio di via sauro 

Di Gioia condannato, depositato il ricorso «Non è colpevole»

Alfredo Faetti

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grosseto. La colpevolezza non è stata provata oltre ogni ragionevole dubbio. È su questo perno che i difensori di Giuseppe Di Gioia, 52 anni, fanno leva impugnando la sentenza di condanna a 18 anni per l’omicidio preterintenzionale di sua madre Donata Muccio, 85 anni, il 24 ottobre 2015 nell’appartamento di via Sauro. Sabrina Pollini e Alessia Ceraolo, gli avvocati di Di Gioia, hanno presentato ricorso, ribadendo la richiesta di assoluzione per il loro assistito, che dal canto suo si è sempre professato innocente.

Ricorso che parte da quello che è stato uno degli elementi centrali dell’accusa prima e della sentenza poi, ovvero la causa del decesso: secondo il perito della Procura, l’uomo avrebbe preso sua madre per la parte sinistra del volto e aveva stretto, provocandole un trisma (ovvero una contrattura prolungata dei muscoli masticatori). L’uomo non avrebbe voluto uccidere la donna, stroncata da un malore provocato però dallo choc per quell’aggressione. Ma i difensori (oltre a contestare l’esclusione del loro perito in una fase irripetibile degli esami sul cadavere) rimarcano come il trisma possa essersi manifestato proprio a causa dell’infarto e come non vi sarebbe prova, né nei referti né nelle testimonianze, di segni di violenza. Non sarebbe prova, al contrario di quanto sostenuto dalla sentenza, la rottura dell’osso ioide (sotto la trachea) che potrebbe essersi rotto nella caduta dopo il malore, sbattendo contro la parete; né i segni sul volto della donna, riconducibili, a detta dei difensori, ai maldestri tentativi di Di Gioia di rianimare la madre dopo l’infarto. Ecco, è la personalità dell’imputato l’elemento che pongono al centro i suoi avvocati, fragile e insicura, la stessa che lo avrebbe spinto quel giorno – in cui era da solo in casa con la vittima – a inscenare un furto finito male, così da evitare il giudizio dei familiari e la possibilità di essere colpevolizzato per la morte della madre.

A Di Gioia, sostengono i difensori, non interessavano i soldi della madre, perché non aveva quei debiti né quei vizi ipotizzati durante le indagini, in cui ha inciso la testimonianza del compagno di cella, Antonio Nocera, ritenuta del tutto falsa dai difensori, secondo cui l’uomo avrebbe avuto interesse ad aggraziarsi le forze dell’ordine per avere carte da giocare per eventuali nuovi reati, in effetti consumati, tra cui la rapina all’anziana 84enne a dicembre. La colpa di Di Gioia insomma, secondo gli avvocati, è stata quella di non aver chiamato i soccorsi dopo il malore, dimostrandosi così incapace di affrontare quanto accaduto. —

Alfredo Faetti

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