Il Tirreno

Grosseto

tribunale 

Svuotarono i conti della zia «Appello contro la condanna»

Alfredo Faetti
Svuotarono i conti della zia «Appello contro la condanna»

Gli avvocati Giorgi e Valle preannunciano l’impugnazione «Prelevamenti e bonifici del periodo 2004 e 2005  erano stati autorizzati»

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Arriverà in Corte d’Appello il caso dei prelievi e dei bonifici dal conto corrente dell’anziana zia, per cui sono stati condannati a due anni e mezzo per appropriazione indebita il nipote Fosco Calamassi e sua moglie Nadia Mazzuoli, accusati di averle sottratto nel tempo una cifra complessiva di 245mila euro.

Condanna che impone anche il risarcimento per 100mila euro a favore di quattro parenti che si sono costituiti parte civile. Le difese rappresentante dagli avvocati Luciano Giorgi e Carlo Valle sono infatti pronte a impugnare nel merito la sentenza del giudice Adolfo Di Zenzo, una volta che saranno depositate le motivazioni.

«La vicenda è complicata», spiegano i due avvocati, ripercorrendo le varie fasi di questa lunga storia, che prende il via dal 2003, da quando cioè all’anziana zia muore il fratello, che aveva la delega fiduciaria sul suo conto corrente, e decide di passare l’incarico a Mazzuoli. «I prelevamenti effettuati e i bonifici si sono concentrati tra il 2004 e il 2005 – dicono i due avvocati – ed erano autorizzati dalla zia. La donna, vedova e senza figli, aveva voluto beneficiare i nipoti». Proprio per rimarcare il rapporto che c’era tra l’anziana e i due imputati, le difese portano all’attenzione un passaggio a loro dire rilevante. «La zia aveva nominato erede universale la Mazzuoli con tanto di documentazione consegnata al notaio: la prima nel 2004 e la seconda nel 2009, quindi ben dopo i bonifici fatto nel 2005».

Altro episodio sottolineato da Giorgi e Valle risale a quando la donna avrebbe intestato polizze di titoli a favore della famiglia degli imputati: «Quattro polizze tra il 2005 e il 2010 per un totale di 45mila euro», proseguono gli avvocati. La gran parte della cifra contestata risale a questi periodi citati, mentre «i piccoli prelievi sono stati effettuati fino al 2015 e furono legati a necessità di vita quotidiana», dicono le difese, quali lo stipendio della badante e le spese necessarie per la vita di ogni giorno.

«Purtroppo la donna è deceduta e non è stato possibile interrogarla davanti al giudice», proseguono gli avvocati Giorgi e Valle, che si dichiarano già adesso intenzionati a impugnare la sentenza di condanna a due anni e mezzo e che ha superato anche la richiesta del pubblico ministero Alessandro Bonasera (il viceprocuratore onoraro aveva sollecitato un anno e mezzo).

«La sentenza sarà impugnata nel merito – concludono le difese – anche sotto il profilo della prescrizione non citata in giudizio ma sollevata dal gip «già nel 2015». —

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