Italia
«Arrestato, incarcerato e torturato La mia vita è qui, non tornerò in Turchia»
L’uomo, di nazionalità curda, è stato aiutato da un’associazione di volontariato a trovare un lavoro in città
Nel viaggio tra le associazioni di volontariato che Il Tirreno sta raccontando in queste settimane, capita anche di imbattersi in storie a lieto fine.
Storie di riscatto, che danno la misura di quanto adoperarsi per gli altri sia importante e in molti casi possa salvare una vita. Non solo fisicamente, ma restituendo a quella vita un senso, a quella persona un ruolo e un posto nel mondo. Significa ridare dignità. La storia di Yousuf (il nome è di fantasia) è una di queste, una vicenda emblematica del nostro tempo, ma allo stesso tempo portatrice di speranza e riscatto. Lui è di etnia curda, in Italia dalla fine del 1980, oggi residente a Grosseto, dove lavora per la stessa associazione che lo ha raccolto per strada quando ha toccato il fondo della disperazione.
«Sono nato in Turchia – racconta – e ho vissuto là fino a 18 anni. In quel tempo ci sentivamo tutti turchi, non avvertivamo la discriminazione né nei nostri confronti né verso altre etnie. Le cose sono cambiate quando ho cominciato a giocare a calcio nelle squadre professionali, oppure mi sono affacciato al mondo della scuola. Mi capitava di sentirmi rispondere “Questo non è per te”. Fino a quel momento avevo vissuto abbastanza tranquillamente». Ma le cose per Yousuf, e non solo per lui, erano destinate a peggiorare con il 12 settembre 1980, il giorno del golpe, in Turchia, del Capo di Stato Maggiore generale Kenan Evren. «Fu l’inizio del mio calvario, venni arrestato, tenuto in carcere per tre mesi e torturato. Finito quell’incubo, la decisione di partire. Sapevo cosa mi aspettava in Europa, ma restare in Turchia era impossibile». Nel 1984, Yousuf arriva in Svizzera, dove con lo status di rifugiato politico, trova un lavoro e per alcuni anni riesce a riorganizzarsi una vita, si impegna nello sport, è un’attivista nella difesa dei diritti delle minoranze. Fino a che, anni dopo, il padre si ammala e muore e Yousuf costretto a tornare in Turchia. Si ferma il tempo necessario e subito riparte per l’Europa, ma nel frattempo ha perso lo status di rifugiato in Svizzera e decide di spostarsi nel nord Italia.
«Conoscevo la lingua – racconta – e ho trovato subito lavoro. Nel frattempo mi sono sposato con una connazionale e qualche anno dopo è nata mia figlia. Ma anche in Italia non eravamo ben visti e mia moglie, che non amava vivere in un ambiente ostile, è tornata in Turchia». Erano i primi anni Novanta, Yousuf, invece, decide di restare e pochi anni dopo, dal Nord si sposta in Toscana. Trova un impiego in un’impresa edile, dove rimane fino al 2008, quando un incidente sul lavoro lo costringe a un lungo periodo di ricovero e di riabilitazione. Un anno dopo, quando si ripresenta all’azienda, viene licenziato.
L’ultima tappa che lo ha portato a Grosseto è un’attività commerciale con un amico, che si rivela tuttavia una persona poco affidabile e in breve sono costretti a chiudere. «Mi sono ritrovato per strada – racconta –. Ho perso tutto, dormivo dove capitava, qualche volta alla stazione, mangiavo e vestivo grazie alla solidarietà e alla beneficenza. Ma quella non era la mia vita ero abituato a lavorare, a stare in regola e guadagnarmi la giornata. Non potevo essermi ridotto a questo, era intollerabile per me, per la mia dignità, per tutto quello che fino ad allora avevo fatto per tutta la mia esistenza». Poi l’incontro con un’associazione di volontariato che lo ha raccolto e accolto, che ha visto in lui la volontà di ricominciare a lavorare, ad avere una vita dignitosa, magari in aiuto di quelle stesse persone che, come lui, si sono trovate a dormire per strada. Era il 2012, per Yusuf è iniziata una nuova vita. Oggi abita in città, ha un lavoro con l’associazione e altri contratti regolari con i quali arrotonda le sue entrate. «La mia vita ora è qui. Non tornerei mai in Turchia. Da quando sono stato là l’ultima volta, per la morte di mio padre, le cose non sono cambiate, per certi aspetti sono peggiorate. Io sono turco, non ci sono etnie e differenze tra un gruppo e l’altro e finché questo non sarà riconosciuto che senso ha tornare?» —
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