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Uccise l’ex socio a colpi di fucile: si torna in tribunale
Il difensore di Antonio Esposito ha presentato appello contro la condanna a quindici anni di carcere. Sullo sfondo, una questione legata ai soldi
È stato condannato a 15 anni dal giudice per l’udienza preliminare Sergio Compagnucci durante l’udienza del marzo scorso, definita con il rito abbreviato. Il sostituto procuratore Salvatore Ferraro aveva chiesto una pena di 16 anni: Antonio Esposito, 72 anni, il 12 novembre 2017, in un orto nei pressi di Scarlino, alle Caldane, aveva imbracciato un fucile Benelli e sparato tre colpi. Uno aveva colpito la mano destra, il secondo il torace da 5-9 metri, l’ultimo a brevissima distanza, al volto di Alessandro Toffoli, 56 anni, follonichese. A metà febbraio si tornerà in aula: l’avvocato dell’uomo condannato per omicidio, Giovanni Di Meglio, ha presentato appello. È un calcolo fatto sulle aggravanti e sulle attenuanti quello sul quale si basa il ricorso dell’avvocato di Esposito, che sta scontando la pena agli arresti domiciliari. L’udienza è fissata per la metà di febbraio e probabilmente, se ci sarà l’accordo da parte della Procura, il giudice potrebbe anche acconsentire a un patteggiamento in appello per definire tra le parte la pena da applicare all’uomo.
Un omicidio premeditato, secondo l’accusa, perché Antonio Esposito, ex muratore, avrebbe voluto intenzionalmente risolvere così il contenzioso economico con l’ex socio in affari, Alessandro Toffoli. Sullo sfondo, quei 110.000 euro frutto di affari immobiliari che la vittima non avrebbe voluto consegnare. Il settantaduenne è stato anche condannato a risarcire i familiari di Toffoli (la moglie e i due figli) ciascuno con 400mila euro: in tutto, 1 milione e 200mila euro.
Chiaro l’autore, chiaro il movente (la restituzione a Toffoli di tre assegni invece già incassati da Esposito), meno chiara la dinamica. Perché quando fu arrestato, l’anziano aveva reso versioni differenti: ai carabinieri di Scarlino cui si era consegnato; al pm; al gip. Il gup, nelle motivazioni della condanna, ha però ritenuto più veritiera la prima versione, quella resa quando fu arrestato: Esposito aveva dichiarato di aver perso la testa dopo aver ricevuto, mentre era a casa, la telefonata di Toffoli (ai magistrati aveva invece dichiarato di averci parlato mentre era già all’orto); due colpi subito e uno mentre l’altro era già a terra (circostanza, quest’ultima, poi non confermata negli interrogatori).
Il giudice Compagnucci è convinto quindi che tutto partì dalla telefonata ricevuta a casa e che sia stata questa a fargli perdere la testa e a determinarlo nell’omicidio, facendogli prendere non solo il fucile (sufficiente per spaventare) ma anche le cartucce. Diversa invece la lettura dell’avvocato Di Meglio, già espressa durante il processo: Esposito teneva il fucile all’orto. La moglie lo aveva visto uscire da casa senza e tornare con il fucile. E lui si era andato a consegnare ai carabinieri. La premeditazione, quindi, non sarebbe esistita. —
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