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Sorpresa, essere verdi alla fine non significa avere tanti pini
All’apparenza paradossale, il confronto Grosseto-Milano alla fine è istruttivo: i “plus” della prima della classe sono i punti deboli della Maremma
oltre i i numeri
massimiliano frascino
Nella trentennale classifica sulla Qualità della vita del Sole24Ore, la provincia di Grosseto si comporta da ultra65enne. Un’anziana signora sulla via del tramonto, lontana anni luce dai fasti dei quinquenni aurei ’95/’99 e 2005/2009. Quando veleggiava sempre fra le prime 18 realtà italiane. Mentre oggi “nafanta” a un ignominioso 79° posto su 107 province. Con un tracollo stupefacente dal 2015 ad oggi.
Che è successo al mito della Maremma? E di chi è la “colpa”, che è orfana per antonomasia? Partiamo da due considerazioni di metodo, funeree. Al di là dell’andamento dei singoli gruppi (6) di indicatori (90) nei quali cercare conforto, il risultato per Grosseto è davvero deludente. Perché, come diceva Totò, è la somma che fa il totale. E questo vale per ogni provincia italiana a parità di criteri di valutazione. La seconda osservazione è che la classifica 2019 è basata sull’elaborazione di dati relativi al 2018. L’anno prossimo, c’è da scommetterci, visto come stanno andando le cose quest’anno, la classifica sarà anche peggiore.
Oltre allo spacchettamento dei gruppi degli indicatori – senz’altro utile – allora, va colto il senso della direzione di marcia che il nostro territorio evidenzia in modo preoccupante. La prima cosa che viene in mente è che l’ultimo quinquennio di tregenda è lo scoppio ritardato di un’economia aciclica. In conseguenza di una struttura produttiva fortemente terziarizzata, pochissimo orientata all’export e eccessivamente dipendente dalla monocultura produttiva turistica. Condizionata da rendite di posizione. Niente di nuovo sotto il sole. Anzi sì: ultimamente è peggiorata la capacità di sfruttare i nostri tradizionali punti di forza.
È utile poi guardare alla prima della classe, Milano. Secondo il Sole è leader soprattutto per la sua demografia positiva, perché è un territorio smart (ICityRank) e verde. Per gli investimenti sulle periferie, l’offerta culturale e il Pil pro-capite. Il confronto Grosseto-Milano è ovviamente paradossale. Ma i “plus” di quella provincia sono speculari ai nostri punti deboli: “verde” non significa avere molti pini. Lì bisognerebbe intervenire. Poi c’è il fattore “marginalità”. Il Sole24Ore spiega che crescono tutte le aree metropolitane e le grandi città, dove si concentrano conoscenza, infrastrutture e attività produttive. La Maremma è lontana dai motori di sviluppo più dinamici della Toscana. Che ti vuoi aspettare in una realtà dove per quarant’anni si è discusso a vanvera di Corridoio Tirrenico, e in vent’anni non si è realizzato nemmeno l’adeguamento di 70 km della Grosseto-Siena?
Tra fine anni 90 e primi anni 2000 c’è stato l’effetto benefico dei Patti territoriali – quello standard e quello “verde” – figli della Programmazione Negoziata. Che è stata in grado di mobilitare investimenti ben oltre i 200 milioni di euro, tra risorse pubbliche e private. Un periodo d’oro durante il quale gli indicatori macroeconomici della provincia di Grosseto sono riusciti a convergere verso quelli delle storiche aree forti della Toscana. Pur senza affiancarli.
Dopodiché “il diluvio”. Fatta eccezione per alcune progettualità regionali – centri per il trasferimento tecnologico a Santa Rita (industria) e Alberese (agroalimentare), e gli investimenti di contrasto al dissesto idrogeologico – dal territorio non sono arrivate idee illuminanti. Progetti di rete o di sistema in grado di rianimare un’economia con la mascherina dell’ossigeno. Con le dovute eccezioni, una responsabilità condivisa dalla politica e dal mondo dell’impresa. Con ogni evidenza. Come l’Europa non lo è per l’Italia, la Toscana non è l’alibi giusto per Grosseto. –
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