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Se il nobile blasone è in grado di coniare l’impronta del futuro
Da generazioni la famiglia Mazzei ha fatto la storia del vino in Toscana Ma molto è ancora da scrivere grazie ai progetti di Francesco e Filippo
tra i filari
lina senserini
«E de’dare, a dì 16 diciembre (1398), fiorini 3 soldi 26 denari 8 a Piero di Tino Riccio, per barili 6 di vino di Chianti. . . . li detti paghamo per lettera di Ser Lapo Mazzei». Queste poche righe datate 1398, sono parte della corrispondenza tra Ser Lapo Mazzei “il sottil notaio” e Francesco Datini, “il mercante di Prato”. Questo è, di fatto, il primo riferimento documentato sul Chianti come territorio di produzione. E riporta il nome Mazzei. Questa grande e nobile famiglia è la storia del vino in Toscana, cui la lega un connubio indissolubile che si perde nei tempi ancora prima del documento di Ser Lapo, indietro fino all’XI secolo. Il Castello di Fonterutoli, cuore pulsante della compagnia – e del Chianti Classico – appartiene ai Mazzei da 24 generazioni, da quando Madonna Smeralda, nipote di Ser Lapo, nel 1435 sposò Piero di Agnolo da Fonterutoli e la tenuta divenne patrimonio di famiglia.
E se la storia è nota, il futuro è ancora tutto da scrivere, perché Francesco e Filippo Mazzei stanno portando avanti, oltre alla tradizione di famiglia, anche progetti innovativi, capaci di dare al vino una nuova impronta e un importate processo di rinnovamento. Lapo Mazzei, il capostipite, è scomparso alcuni mesi fa. È anche grazie al suo coraggio e alla sua lungimiranza, che oggi “Mazzei” è un marchio che afferma la propria forza e qualità anche in vini che non siano Chianti Classico. Vedi i siciliani di Zisola e i maremmani di Belguardo. Due dei cinque figli di Lapo, Filippo e Francesco, amministrano rispettivamente Zisola e Belguardo e condividono la spinta verso il nuovo, per fare con il vino qualcosa che ancora non sia stato fatto. La loro formazione viene da esperienze diverse, Filippo in finanza e nel credito al consumo, Francesco, con importanti incarichi in Barilla e Piaggio, poi la scelta di dedicarsi allo sviluppo dell’attività di famiglia.
«Quando abbiamo deciso di ampliare lo sguardo su nuove aree vitivinicole – racconta Francesco Mazzei – acquistare un’azienda in Maremma è stato naturale. Venivamo spesso qua fin da ragazzi, prima ancora di avere la macchina, qui avevamo amici, passavamo l’estate al mare. E ogni volta che arrivavamo, rimanevamo sempre sorpresi dalla bellezza, dai colori e dagli odori unici di questa terra, così diversa dal Chianti. Fin da molto giovani pensavamo che avremmo dovuto fare qualcosa in Maremma. Queste scelte, in realtà, hanno una componente razionale e una romantica. La prima è evidente, poiché siamo a Fonterutoli da oltre 600 anni, la nostra generazione aveva voglia di creare qualcosa di nuovo e lasciare a quelle a venire qualcosa in più. Era necessario far crescere le nostre attività in un posto con caratteristiche diverse, alto potenziale e una logistica semplice. La Maremma era perfetta. Poi – aggiunge – c’è la componente romantica: c’è voluto più di un anno per trovare quello che cercavamo e quando siamo arrivati qui, abbiamo capito di essere nel luogo ideale. Non solo noi, perché il nostro consulente storico, Carlo Ferrini, che ci accompagnava fu perentorio; andando via, dopo aver visto i terreni e parlato con il proprietario, ci disse: “Se non compriamo questa azienda, mi dimetto”. Non fu necessario mettere in pratica la minaccia perché anche noi ci eravamo innamorati di questo posto».
In realtà c’era molto da fare. Il proprietario aveva già ristrutturato il casale del’500, situato nel punto più alto della ex proprietà Ricasoli a Montebottigli, ma intorno c’erano vigneti allevati a tendone che niente avevano a che vedere con l’impostazione e la filosofia vitivinicola della famiglia Mazzei. Appena acquistata la proprietà, vennero espiantati e reimpiantati circa 15 ettari, mentre una parte venne lasciata per le prime vinificazioni, modificando la vigna da tendone a cordone speronato. Appena i nuovi vitigni sono entrati in produzione, è stata espiantata anche l’altra parte. Fino al 2008 Francesco Mazzei ha messo a dimora nuovi vigneti, dai quali oggi l’azienda produce circa 250 mila bottiglie di vino a marchio Belguardo, tra rossi, bianchi e un rosato. Vini di altissima qualità, prodotti con il meglio del meglio delle uve, rigorosamente raccolte a mano.
«Si vendemmia con le mani e con gli occhi – spiega Francesco Mazzei – e le vendemmiatrici meccaniche per quanto moderne e sofisticate, non sono in grado di sostituire entrambi contemporaneamente». La prima etichetta, all’inizio del 2000, è stato Tenuta Belguardo, un rosso Maremma Toscana Doc, 85% Cabernet Sauvignon, 15% Cabernet Franc, il vino di punta, il primo della Doc Maremma a entrare nella classica top 100 della blasonata rivista Wine Spectator (al 23° posto); seguito da Bronzone, morellino Docg, successivamente diventato riserva; Belguardo Tirrenico, rosso Maremma Toscana Doc, 65% Cabernet Sauvignon, 20% Alicante, 10% Cabernet Franc, 5% Petit Verdot. Le altre etichette sono il Belguardo Rosé, Syrah e Sangiovese, il Vermentino in purezza e un’etichetta tutta da scoprire, il Codice V, dove la “v” maiuscola indica un Vermentino “estremo”, ottenuto da cloni che vengono dalla Corsica, fatto per metà con vinificazione tradizionale, per il 30% con lunga macerazione sulle bucce, il 20 % vinificato in anfora. Un vino decisamente per palati sofisticati. –
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