Il Tirreno

Grosseto

Alberi sull’alveo dell’Albegna «L’acqua non riusciva a defluire»

Francesca Gori
Alberi sull’alveo dell’Albegna «L’acqua non riusciva a defluire»

In aula parlano i consulenti: la notte in cui morirono i tre tecnici dell’Enel chiusa una sola carreggiata

4 MINUTI DI LETTURA







Il progetto di quel ponte era stato fatto nel 1984, la sua realizzazione risale al 1989. «L’ingegner Ricciardi a quell’epoca non era nemmeno laureato»: a parlare in aula, davanti al sostituto procuratore Arianna Ciavattini e al giudice Andrea Stramenga, è l’ingegner Lorenzo Loreto, consulente dei familiari di Paolo Bardelloni, 59 anni di Massa Marittima, tecnico dell’Enel morto insieme ai suoi due colleghi, Maurizio Stella, 47 di Follonica, e Antonella Vanni, 48 di Larderello.

È stato il direttore della Motorizzazione civile di Grosseto a spiegare in aula, con le domande dell’avvocato della famiglia Bardelloni, Paolo Serra, che la struttura del ponte di Sant’Andrea, la notte in cui la soletta crollò, aprendo la voragine nella quale finì l’auto dei tre tecnici, ha retto bene all’impatto di un evento eccezionale. Un’evidenza questa, introdotta prima della relazione dell’ingegner Loreto, dal consulente della Procura, il professor Enrico Larcan. I problemi, semmai, erano da cercarsi altrove: non nella struttura in cemento armato del ponte di Sant’Andrea che non si è piegata nemmeno alla furia dell’alluvione del 2012. «Quando il ponte è stato costruito - ha detto Larcan - non si teneva conto del calcolo statistico e del tempo di ritorno, ovvero della probabilità che un evento si potesse verificare ancora e ancora in un determinato periodo storico. In questo caso, l’incidenza calcolata è di una volta in 500 anni».

Secondo il consulente della Procura però, il ponte sarebbe dovuto essere costruito con altri accorgimenti. «Il rilevato doveva essere rivestito e dovevano essere fatte delle luci per far defluire l’acqua», ha spiegato prima che si spegnessero le luci nell’aula dell’udienza preliminare al terzo piano del palazzo di giustizia. Sullo schermo sono state proiettate le immagini di quel 12 novembre, quando la violenza dell’acqua ha provocato il crollo del rilevato stradale che ha fatto aprire la voragine che ha inghiottito l’auto sulla quale viaggiavano i tre tecnici.

E infatti se - come ha sottolineato Loreto - il progetto del ponte era stato approvato dal Genio civile che aveva anche commissionato alcune modifiche poi eseguite, quello che era successo quella notte non avrebbe avuto nulla a che fare con la struttura in cemento armato. «La chiavica che si è staccata - ha spiegato - è finita sotto la campata del ponte e ha creato un tappo allo sfogo dell’acqua. Questo può aver generato un vortice che ha eroso la struttura. La forza dell’acqua era stata frenata anche dagli arbusti presenti sull’alveo che hanno praticamente creato un tappo». La manutenzione, insomma, non era stata eseguita come si sarebbe dovuto.

Gli imputati, Renzo Ricciardi (difeso dall’avvocato Luciano Giorgi), Gian Paolo Conti, difeso dall’avvocato Adriano Galli, Umberto Tozzini, difeso dagli avvocati Luciano Giorgi e Carlo Valle e Massimo Luschi (difeso da Luciano Giorgi) sono accusati di cooperazione colposa in disastro colposo, in relazione all’omicidio colposo è l’accusa formulata dalla Procura. Ma se i quattro imputati nulla potevano aver avuto a che fare con la costruzione del ponte, datata appunto 1989, sull’allarme dato la mattina del 12 novembre alla riunione del coordinamento della protezione civile, qualcosa avranno da dire quando saranno ascoltati dal giudice. La strada infatti, come si è visto nei filmati trasmessi in aula, era aperta e le auto circolavano. «Solo la presenza di un addetto avrebbe potuto impedire ai veicoli di passare - ha ribadito più volte l’ingegner Loreto - perché quando c’è una transenna che chiude solo una carreggiata, in assenza di altri segnali, non si può considerare come se tutta la strada fosse interdetta al traffico». Tecnico responsabile del servizio di piena del consorzio Osa Albegna dà l’allarme e Umberto Tozzini la notte dell’alluvione del 2012 passa la comunicazione alla ditta alla quale era stata affidata la gestione. Ma alle sue parole non seguirono comunicazioni scritte.

Anche gli avvocati Giorgi e Valle hanno chiesto a due consulenti, il professor Giorgio Roth, preside della facoltà d’ingegneria dell’università di Genova e al professor Stefano Podestà, ingegnere idraulico il primo e strutturalista il secondo, di analizzare quel ponte e quello che è successo la sera in cui la Fiat Punto è stata inghiottita dalla voragine. E anche loro hanno confermato che la struttura non è stata scalfita, così come il rilevato, rimasto intatto per 38 anni fino a quel disastro. —

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Meteo

Maltempo in Toscana, scatta l’allerta gialla: temporali forti, vento e grandine – Ecco dove

di Redazione web