Omicidio e rapina: «Di Gioia colpevole» Diciotto anni per la morte della madre
Dovrà anche risarcire la sorella parte civile con una provvisionale di 40mila euro. I difensori: «Presenteremo appello»
Diciotto anni aveva chiesto il pm Salvatore Ferraro. E diciotto anni è la pena decisa dalla Corte di assise. Giuseppe Di Gioia è stato riconosciuto colpevole di omicidio preterintenzionale, la morte della madre Donata Tuccio, 85 anni, che sarebbe stata aggredita nella sua abitazione per portarle via denaro e gioielli. Proprio quattro anni fa, il pomeriggio del 24 ottobre 2015, in via Sauro.
Poco più di un’ora di camera di consiglio, dopo le repliche di ieri, avvenute dopo che le difese avevano comunicato di rinunciare all’astensione proclamata dalle Camere penali (requisitoria e arringhe avevano avuto luogo il 16 settembre). La giuria presieduta da Laura Di Girolamo (a latere Adolfo Di Zenzo) e dai sei giudici popolari (i tre supplenti sono stati congedati al momento di entrare in camera di consiglio) ha deciso per la continuazione tra l’omicidio e la rapina. Ha escluso la recidiva. Ha interdetto in perpetuo Di Gioia dai pubblici uffici e legalmente per la durata della pena. Ha disposto il risarcimento in favore di Maria Giuseppa Di Gioia (parte civile con l’avvocata Mara Renzetti): una provvisionale da 40mila euro, più 2.500 euro di spese, il complesso sarà deciso dal giudice civile. La Corte ha revocato la sospensione della pena di cui Di Gioia aveva beneficiato nel dicembre 2013, in conseguenza del patteggiamento (4 mesi) per la manomissione di un cambiamonete. Ha confiscato tutti i documenti cartacei e la corrispondenza sequestrati. Ha reso noto che le motivazioni saranno depositate entro due mesi.
Per una quarantina di minuti, il pm ha sottolineato i punti che dovevano indurre la corte a pronunciarsi per la colpevolezza di Di Gioia: il possesso delle chiavi, l’orecchino mancante, il denaro in casa («poteva esserci, forse anche più di 3.000 euro»), l’appartamento messo a soqquadro («l’ha fatto per sviare le indagini»), le cause del decesso, la mano messa sulla bocca della madre per impedirle di urlare, la compatibilità della pressione sul volto di lei, la lesione alla nuca della donna, la pacifica assenza di uno strangolamento, la situazione economica dell’imputato, il vizio del gioco, gli orari e gli spostamenti di quel giorno.
Conclusioni cui si è unito il legale di parte civile. Brevemente, poi, hanno replicato i due difensori, Sabrina Pollini e Alessia Ceraolo. Una decina di minuti per ribadire alcuni concetti chiave: «Si rischia la deriva del travisamento dei fatti - ha esordito Pollini - Qui sono state fatte tante ipotesi ma non c’è alcun riscontro». Perché Di Gioia «ha sì dei comportamenti illogici ma non si può condannarlo per questo». Se la casa venne messa a soqquadro fu perché Di Gioia venne preso dal panico: simulò un reato, non fece una rapina. «In tutto ciò che ha fatto nei confronti della madre non c’è traccia del dolo». Pollini ha definito come «fantomatica» la somma di 4mila euro che sarebbe stata custodita dalla madre in casa. E ha attribuito la causa del decesso non all’azione di Di Gioia ma alla patologia clinica di cui soffriva l’anziana donna. Evidenziando alcune lacune investigative, ha concluso che «non c’è prova che sia intervenuto uno choc emotivo». Ceraolo si è soffermata sulla dinamica e le cause della morte, sull’atteggiamento dei fratelli che deriva dall’analisi delle intercettazioni. «Aspettiamo il deposito delle motivazioni, poi presenteremo appello», dicono le due avvocate dopo la lettura della sentenza. —
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