Un profumo intenso si sprigionò e subito mi convinse a fare il vino
Riccardo Lepri racconta il percorso che l’ha condotto ai risultati di oggi Dalla “vita militare” con il nonno a quando ha preso in mano le redini
tra i filari
Lina Senserini
L’azienda è nata negli Anni ’60, quando il terreno che costituisce la proprietà di Riccardo Lepri (nella foto con la sua famiglia), venne acquistato dal nonno, Enos Ghignoni. Era un uomo che aveva lavorato tutta la vita, a 11 anni già faceva il carbonaio. Poi la guerra, la Campagna di Russia e il ritorno a casa, di nuovo il duro lavoro, fino ad arrivare, negli Anni ’70 a mettere insieme un’azienda di attività boschive che aveva più di 100 dipendenti. Ma la terra era rimasto il primo amore di Enos. Negli Anni ’90, l’azienda contava su circa 43 ettari vitati, una parte dei quali, le vecchie vigne di Sauvignon da cui nasce il vino più pregiato, oggi sono ancora in produzione. Un vino che si chiama Enos come il nonno, che per combinazione è anche il prefisso greco per “vino”.
Riccardo è tornato “alle origini” all’inizio del nuovo millennio, quando venticinquenne, appena laureato in Economia e commercio, con un probabile futuro in finanza e l’idea di vivere in città, decise di passare qualche giorno a Montauto. Galeotta fu la vendemmia del 2000, perché qualcosa in quello stile di vita, forse più semplicemente una passione ereditata dalla famiglia, gli fecero prendere una strada decisiva: mettersi al timone dell’azienda. «All’inizio – racconta – è stata dura. Vivere con mio nonno significava “fare il militare”, con la sveglia alle 5.30 del mattino. Non sapevo niente di agricoltura e tutto quello che ho imparato me lo ha insegnato lui: a potare, a guidare il trattore, a occuparmi delle vigne. Il suo motto era “impara anche se non ti serve, potrai valutare meglio il lavoro degli altri e, se c’è bisogno, essere tu stesso a lavorare la terra”». L’idillio, tuttavia, è durato poco, il tempo di imparare i fondamenti del mestiere. Poi il carattere del nonno – «praticamente uguale al mio», scherza Riccardo – li portò a scontrarsi, fino alla decisione di lasciare al nipote le redini di Montauto.
«Mio nonno non aveva conoscenze di enologia, ma aveva intuito dalla composizione del suolo, dalla posizione dei terreni, in collina a meno di 10 chilometri dal mare, esposti alle brezze che asciugano e favoriscono la maturazione, che Montauto era terra da grandi vini bianchi. Decise di mettere a dimora i primi vigneti di Sauvignon Blanc già negli Anni ’80. Io ho seguito le sue orme e oggi sono convinto che sia questa la strada giusta su cui puntare anche per il futuro». Le prime bottiglie a “firma” Riccardo Lepri sono arrivate nel 2003, quasi per caso, poiché l’azienda aveva preso la via dell’ospitalità e il vino doveva servire più che altro per l’agriturismo. Poi, in periodo di vendemmia, passeggiando con l’enologo tra i vecchi filari di Souvignon Blanc, la qualità dell’uva, la perfetta maturazione e il profumo intenso che sprigionava, lo convinsero a provare a fare un vino. «Lavoravamo nella vecchia cantina di mio nonno – racconta – senza nessuna tecnica, solo per provare, ma venne fuori un grande vino. Il nostro primo Sauvignon in purezza, che nel 2004 è diventato Enos I, la nostra etichetta di punta». Da quel momento Riccardo decise, non solo di fare il vino, ma anche di seguire una filosofia aziendale diversa, controcorrente, quella dell’identità e della qualità. Vino pulito e buono, ripete, non biologico, non naturale, ma “ecologico”, fatto senza ricorrere alla chimica né in cantina (dove la parola d’ordine è massima pulizia e igiene) né nella vigna, da uve raccolte a mano, portate in cantina nel giro di mezz’ora, subito refrigerate per conservarne meglio le qualità e i sentori. Il risultato sono vini sani, con grande mineralità e freschezza, basati più sul gusto che sull’aspetto olfattivo, meno “ruffiani” ma fortemente identitari, che non possono essere prodotti in altro modo, da altre parti.
Riccardo Lepri, che peraltro da cinque anni ha deciso di uscire da tutte le guide italiane dei vini, si è ritagliato la propria fetta di mercato grazie alla qualità del vino, scegliendo vitigni inusuali in Maremma, procedendo come dice lui stesso, «a piccoli passi», come ha fatto da quando è a capo dell’azienda e ha iniziato gradualmente a realizzare la cantina, dotarsi delle attrezzature, piantare nuovi vitigni. Con un’idea di base: identità aziendale. Il risultato di questa scelta è nelle etichette di Montauto (Maremma Toscana Doc e Igt Toscana). A partire da Enos I, Souvignon blanc in purezza, prodotto dalle vigne vecchie di 40 anni, il Pinot nero, da vigne che hanno 15 anni e che danno un vino di grande eleganza e qualità; poi la sperimentazione di uno spumante da Sangiovese in purezza, ottenuto con metodo classico, che è anche il nome dell’etichetta. Una vinificazione quasi impensabile in Maremma, se non sostenuta dalla scelta di affidarsi alle caratteristiche che il terroir trasferisce nelle uve e nei vini. Accanto a queste tre etichette principali, Montauto produce il Ciliegiolo, un rosato, lo Staccione, e un Vermentino. «A Montauto siamo fortunati – conclude – perché intorno a noi ci sono solo i verdi boschi maremmani a perdita d’occhio, nessuna fabbrica, nessun centro abitato, nessuna strada. Questo ci ha aiutato a fare delle scelte come quella di non considerare il “biologico” come un marchio o una moda, ma come uno stile di vita, un’etica della produzione che si ritrova in ogni bottiglia di vino o di olio, in ogni pacco di pasta». –
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