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Grosseto

in tribunale 

Sua madre morì dopo la lite in casa Il pm chiede una condanna a 18 anni

Francesca Gori
Sua madre morì dopo la lite in casa Il pm chiede una condanna a 18 anni

Omicidio di via Sauro: per la Procura Giuseppe Di Gioia ha provocato il decesso dell’anziana. Era andato a chiederle soldi

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«Non si è mai pentito, non si è mai detto dispiaciuto. Sua madre è morta dopo che lui le aveva usato violenza, mettendole una mano sulla bocca e l’altra sul collo. Quando era per terra, non ha chiamato i soccorsi: di quella morte è colpevole». Conclude così il pm Salvatore Ferraro, che chiede la condanna di Giuseppe Di Gioia, 51 anni di Albinia, a 18 anni di carcere senza la condizionale e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Per il magistrato, Di Gioia è responsabile della morte di sua madre, Donata Muccio, avvenuta il 24 ottobre 2015 nell’appartamento di via Sauro, dove il figlio era andato a pranzo. Ma è anche responsabile di rapina, secondo il pm: dopo la morte dell’anziana, Di Gioia aveva simulato in furto mettendo a soqquadro l’abitazione della donna. «Aveva però messo alcuni gioielli dell’anziana madre e un po’ di contanti in un posto difficilmente raggiungibile - ha continuato il sostituto procuratore - e poi ha preso con sé le chiavi dell’appartamento: sarebbe tornato a prenderli in un secondo momento».

Salvatore Ferraro ieri mattina ha parlato per più di tre ore di fronte alla corte d’assise presieduta da Laura Di Girolamo (a latere Adolfo Di Zenzo) e composta dalla giuria popolare, ripercorrendo quello che sarebbe successo la mattina del 24 ottobre di quattro anni fa, quando la donna di 85 anni è stata trovata morta nel suo appartamento dalla figlia, Maria Giuseppa Di Gioia, che si è costituita parte civile nel procedimento. Per lei, l’avvocato Mara Renzetti ha chiesto un risarcimento pari a centomila euro. E ha puntato l’attenzione sui motivi che avrebbero spinto Di Gioia ad alzare i toni della discussione con sua madre e a prenderla per il collo. «Era una donna forte, Donata Muccio - dice il pubblico ministero - Aveva sempre detto quello che pensava a suo figlio: non andava d’accordo con la nuora, non aveva nemmeno partecipato al loro matrimonio e non era d’accordo sul fatto che lui, lavoratore stagionale, si accollasse il mutuo della casa. Ma soprattutto, non voleva dargli soldi».

Sarebbe questo il movente che avrebbe spinto Di Gioia ad uccidere - seppur senza volerlo - sua madre. L’uomo infatti è accusato di omicidio preterintenzionale. Ma se per il pm Di Gioia aveva una dipendenza da gioco e un costante bisogno di soldi, per la difesa dell’uomo, rappresentata dagli avvocati Alessia Ceraolo e Sabrina Pollini. «La ricostruzione del pubblico ministero è un castello costruito con le carte da gioco - ha detto in aula quest’ultima - Basta poco per far crollare tutto». A partire dalla dipendenza da gioco, smentita anche dalla consulente Paola Moretti, oltre che dalle dichiarazioni degli amici, dei conoscenti, dei familiari e anche i titolari dei pubblici esercizi dove l’uomo avrebbe giocato. «Di Gioia non aveva nemmeno costante bisogno di soldi - dicono Pollini e Ceraolo - Nessuna indagine bancaria è stata fatta e la Procura ha ricostruito ipotetiche difficoltà facendo leva sulle voci correnti: Di Gioia non aveva difficoltà economiche e nemmeno debiti diversi dai finanziamenti conosciuti anche dalla moglie». Personalità fragile, introversa, insicura e con uno spiccato senso di inadeguatezza e inferiorità al confronto con l’altro, scarsa considerazione di sé e con il perenne incubo di deludere gli altri: è questo, secondo la ricostruzione della consulente Moretti, Giuseppe Di Gioia. «Ha la colpa morale di non aver fatto la cosa giusta - dice ancora l’avvocato Pollini - Doveva fare una cosa molto semplice: chiamare il 118. Invece si dimostra incapace di affrontare sia quanto accaduto nell’immediato, sia il seguito». Ma soprattutto, per la difesa che ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste, manca la prova regina: «Non c’è prova dell’aggressione - dicono Pollini e Ceraolo - non c’è la prova dell’elemento soggettivo e non c’è nemmeno la prova del nesso causale tra l’azione di ledere del soggetto e l’evento morte». Per la difesa infatti, non c’è prova del fatto che tra Di Gioia e la madre ci sia stata una lite così forte da provocare uno stress da cui sia poi originato l’infarto. Ricostruzione, questa, diametralmente opposta rispetto a quella del pm sulla quale dovrà decidere la corte, chiamata a emettere una sentenza il 24 ottobre prossimo. —



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