Il Tirreno

Grosseto

L’invasione brulicante e pacifica degli imprenditori stranieri

Massimiliano Frascino
L’invasione brulicante e pacifica degli imprenditori stranieri

In tutta la Toscana crescono le aziende con titolari che arrivano dall’estero. Grosseto è il fanalino di coda (8,3%) ma il fenomeno è significativo 

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Sorpresa. La Toscana è la prima regione italiana per imprese con titolari stranieri: il 13,9 per cento di quelle iscritte ai registri delle Camere di commercio. Una percentuale più alta che in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte, per dire. Alla fine del secondo trimestre di quest’anno la bellezza di 57mila aziende e spiccioli su un totale di 413mila. Lo ha appena certificato Unioncamere, con tanto di comunicato stampa e dovizia di tabelle.

La narrazione sovranista è dunque vera? Ci stanno invadendo? La verità è tutt’altra. Ed è molto più banale: al 1° gennaio gli stranieri in Toscana erano 417mila, poco più dell’11% dei residenti. Se al 30 giugno i titolari d’impresa sono il 13, 9 per cento del totale – ovverosia incidono quasi tre punti percentuali più di quanto non facciano i residenti – ciò significa che si stanno integrando velocemente. Molto velocemente. E che oramai sono diventati una componente strutturale dell’economia regionale (e nazionale). Magari anche per cause di forza maggiore, ma soprattutto perché hanno una spiccata propensione all’autoimprenditorialità.

Non sarà infatti un caso se nel secondo trimestre del 2019, le imprese “straniere” in patria crescono a più del doppio della media del totale di quelle iscritte ai registri camerali: +1, 1% a fronte dello 0, 5.

Grosseto sta in questo trend regionale, ma purtroppo – a testimonianza della debolezza del suo tessuto economico – è il fanalino di coda della Toscana. Solo l’8,3 % delle imprese con titolare straniero sul totale di quelle iscritte al registro della Camera di commercio del Tirreno e della Maremma. Alla fine del secondo trimestre di quest’anno, a ogni modo, in termini assoluti le aziende maremmane “straniere” erano 2. 420, e avevano registrato un saldo positivo tra cessazioni e nuove iscrizioni di 23 unità. Equivalente al +1%.

Siccome tutto torna, bisogna osservare che l’incidenza degli imprenditori non italiani sul totale dello stock regionale riflette esattamente lo stato dell’economia del Granducato. Con le zone forti della Toscana centrale industrializzata – Prato (29,3%), Firenze (16, 5%), Pisa (12,7%), e Pistoia (12, 3%) – tutte sopra la soglia dei dodici punti percentuali. E le province costiere e della Toscana del sud, più deboli, tutte al di sotto di quella soglia: Livorno (11, 5%), Arezzo e Massa Carrara (11,1%), Lucca (10,3%), Siena (8,4%) e Grosseto (8, 3%).

Chiaro come il sole, quindi, che la dinamica imprenditoriale degli stranieri segue quasi pedissequamente l’andamento economico delle aree in cui sono insediati, dove fanno impresa in coerenza con le vocazioni produttive lì prevalenti. Il che significa che non “rubano” lavoro agli italiani, ma integrano il tessuto produttivo nel quale operano. Quasi sempre, com’è ovvio, ma non scontato, iniziando dai comparti a più bassa specializzazione e con minori barriere all’ingresso (in termini di competenze, investimenti e bancabilità).

A Grosseto, come nel resto della Regione, allora, meglio darsi da fare per integrare queste aziende col passaporto estero (per quanto? ) nel sistema economico, in quello della rappresentanza imprenditoriale e nelle relazioni sociali e istituzionali, invece di continuare a urlare “al lupo! ”. Anche perché mentre qualcuno ulula alla luna, economia e società reale guadagnano terreno. Oltre le narrazioni da bar o da social. —


 

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