Il Tirreno

Grosseto

Tre profili Facebook e la fidanzata italiana

Francesca Gori

Bouazza, il ragazzo ucciso al Filare, viveva nel bosco. L’uomo accusato dell’omicidio portava la spesa agli spacciatori

3 MINUTI DI LETTURA







C’è un mondo che non si vede, che resta impigliato nelle piante che popolano il sottobosco di quel fazzoletto di terra dove una settimana fa sono stati esplosi tre colpi di pistola, tre colpi di calibro 9, uno dei quali ha ucciso un venticinquenne.

Un mondo fatto di ragazzi che arrivano dal Marocco, che si fermano per qualche tempo in altre città e che poi scelgono di nascondersi nel bosco per spacciare. Ma Bouazza Jarmouni, il venticinquenne ucciso nel boschetto dei bacini di San Giovanni, a pochi chilometri da Gavorrano, non era solo al mondo. Era arrivato dal Marocco e non aveva il permesso di soggiorno. Spacciava nel bosco. Mirko Meozzi, l’uomo accusato di averlo ucciso con la pistola portata lì da Sonia Santi, la trentatreenne che era in auto con lui, portava qualche volta da mangiare agli spacciatori e, fino a quando ha avuto la patente, li accompagnava in centro, in cambio di una dose. Lo aveva fatto spesso, ha spiegato al magistrato, ma non lo aveva mai fatto con Bouazza e con gli altri spacciatori di Gavorrano.

Bouazza era uno dei tanti ragazzi del bosco che però era riuscito a mantenere una vita forse normale, fuori dalla macchia e da quel bivacco dal quale però ogni tanto riusciva ad allontanarsi. Aveva tre diversi profili su Facebook, tutti con nomi di fantasia: Abdlu Simo, Abdou Walid, Abdou Abdou Jarmouni e aveva anche una storia d’amore con una donna italiana. Su uno dei suoi tre profili, il venticinquenne sorride, nella foto scattata con la figlia della sua compagna.

Quando i carabinieri sono arrivati sul luogo del delitto, accompagnati da un’altra italiana, una donna che era stata chiamata da Rahaal Elhjamouni, rimasto ferito anche lui da un colpo di pistola, e hanno trovato il corpo di Bouazza, non era ancora giorno. Poco dopo però, un altro nordafricano, cugino di Jarmouni, un ragazzo con diversi precedenti per droga, si è presentato in caserma: è stato lui a raccontare ai militari che il venticinquenne a Grosseto aveva uno zio che proprio in questi giorni era in Marocco in vacanza. Bouazza, nel bosco di Gavorrano, non avrebbe spacciato da solo: con lui ci sarebbe dovuto essere, la sera della sparatoria, un altro spacciatore. Si è salvato, perché quel giorno aveva deciso di partecipare alla “festa dell’agnello”, festa tradizionale marocchina, e non era andato a lavorare nel bosco.

Non era un solo al mondo Bouazza: la sua famiglia è numerosissima e di questa fa parte anche l’altro ragazzo rimasto ferito, Rahaal Eljamouni, che sarebbe finito in quel bosco per puro caso. Lui, ha raccontato al sostituto procuratore Anna Pensabene quando è stato ascoltato dopo un delicato intervento chirurgico, era arrivato a Follonica da Pontedera il giorno prima, la domenica. Voleva soltanto andare al mare ma aveva bisogno di 50 euro. «Ho chiesto a Bouazza - ha detto - e lui mi ha detto di andare con lui nel bosco di Gavorrano dove vende hashish. Io sono andato con lui e a un certo punto è arrivata la Fiat bianca».

L’inizio del racconto dell’orrore è questo. Il finale è quello scritto con il sangue del venticinquenne e con gli arresti di Meozzi e della Santi. —

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Meteo

Maltempo in Toscana, scatta l’allerta gialla: temporali forti, vento e grandine – Ecco dove

di Redazione web