Il presidio
Il blasone di quella casata che fece grande il Brunello
Custodi della più completa collezione italiana di bottiglie di Montalcino i Colombini furono dei veri innovatori: dal turismo enologico all’export
tra i filari
lina senserini
Le origini della famiglia Colombini si perdono, verrebbe da dire, nella Notte dei Tempi, nella già allora potente Siena tra il 1100 e il 1200, anno in cui vennero accolti nella nobiltà cittadina, poterono fregiarsi del proprio stemma e alcuni membri della famiglia vennero insigniti di importanti incarichi di governo. Il nome deriva dal primo antenato di cui si ha notizia, un mercante di Uopini (il paese vicino Siena in cui si trova il palazzo originario della casata), conosciuto come il Tignoso. Fu il figlio Mino ad essere chiamato Colombino e Colombini i suoi familiari. Lo stemma riporta appunto quattro colombe d’oro in campo azzurro, divise da una croce anch’essa d’oro. Commercianti, bancari e proprietari terrieri, con tenute tra Siena, Montalcino e dal ’600 anche Pisa e Lucca, annoverano nella famiglia un beato, Giovanni, fondatore dei Gesuati – celebrato ogni ultimo fine settimana di luglio alla Fattoria dei Barbi, per ricordare anche gli oltre 600 anni della presenza dei Colombini nella città del Brunello (il Castello di Poggio alle Mura è stato costruito nel 1352 da Tommaso Colombini) – e la beata Caterina, fondatrice dell’ordine femminile delle Gesuate. Ma nei vari rami della famiglia si contano anche notai, medici e scienziati, tra cui Pio, che scoprì la cura per la sifilide, e oltre 50 professori universitari. «Non siamo semplicemente senesi, siamo del sud della provincia – racconta Stefano Cinelli Colombini (nella foto)– prima siamo stati a Poggio alle Mura, poi ad Argiano e nel ’700 per matrimonio, alla Fattoria dei Barbi. La mia famiglia ha attraversato e vissuto tutte le vicissitudini della storia toscana fino ad oggi». Ma dire Cinelli Colombini, significa da sempre dire vino, perché questa casata è la storia stessa del Brunello e dei grandi vini toscani. È stato Pio Colombini a produrre le prime bottiglie che oggi sono gelosamente custodite nella cantina della Fattoria dei Barbi, aperta al pubblico più di 70 anni, visitata da allora da oltre un milione e mezzo di persone: un susseguirsi di stanze dai nomi evocativi e suggestivi, tra fotografie d’epoca e affreschi, che accompagnano i visitatori in un viaggio attraverso la storia secolare che lega la famiglia Colombini, Montalcino e il Brunello. Qui nelle grandi botti di rovere di Slavonia il vino riposa per anni, per arrivare nelle stanze delle Bottiglierie dove è conservata la collezione delle bottiglie storiche e della produzione enologica della Fattoria, dal 1870 a oggi, le più pregiate illuminate da una luce rossa che lascia intatta la purezza del colore del prezioso contenuto: sono queste le più antiche bottiglie di vino di Montalcino e la più completa collezione esistente in Italia. Ed è stato sempre un Colombini, Giovanni, nonno di Stefano, grande innovatore in campo vitivinicolo a livello mondiale, a realizzare nel 1938 la prima enoteca pubblica nella fortezza di Montalcino, per primo ha fatto vendita per corrispondenza di vino toscano, sue le prime esportazioni di Brunello e sue molte intuizioni che hanno cambiato la storia del vino italiano, come aprire la cantina al pubblico e “inaugurare” il turismo enologico.
Dopo la sua morte, è stata la figlia Francesca prima e il nipote Stefano poi a prendere le redini dell’azienda e a estendere le proprietà di famiglia. Stefano Colombini è un pozzo di conoscenza di vino e della storia locale, «il mio hobby e l’altra mia grande passione» spiega. Lui che ha fatto studi giuridici, che immaginava una carriera accademica come molti altri illustri membri della sua famiglia e che, per varie vicende familiari, si è trovato a gestire una delle più importanti aziende vitivinicole italiane, che nel 1997 si è arricchita della grande tenuta di Scansano. «È stata la naturale prosecuzione di un percorso storico e filologico. Ci sono moltissime cose in comune tra Montalcino e Scansano, che non sono, come saremmo portati a pensare parlando di vigne, nel clima o nel terroir, ma nella componente sociale, linguistica e culturale – aggiunge – determinata dal collegamento di secoli di transumanza e scambi tra le popolazioni, collegate dal filo della storia. Quando ho deciso di acquistare Aquilaia e poi di affittare vigne di poderi vicini, non era del tutto chiaro che la Maremma potesse diventare la nuova frontiera del vino». Insieme all’impianto dei nuovi vigneti, che peraltro hanno la particolarità, come a Montalcino, di essere allevati a sperone libero, è stata realizzata la nuova cantina e ristrutturati i quattro poderi che sono stati dati in uso ai dipendenti dell’azienda. Dalle uve di Scansano vengono prodotte 120 mila bottiglie all’anno sulle 800mila totali della Fattoria dei Barbi, di cui un terzo sono le celebri e blasonate etichette di Brunello dei Barbi (oltre a due tipi di Rosso di Montalcino Doc; il famoso Igt Toscana Rosso, Brusco dei Barbi; un Igt Toscana e un Chianti Docg) e 80mila di Morellino Docg. Le altre etichette “maremmane” sono un rosso Maremma Toscana Doc, 50% Sangiovese con percentuali minori di Merlot, Alicante, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot; un Vermentino Igt Toscana e un vino Igt Toscana Rosso, il Birbone, uve Sangiovese per il 90-95 % e Merlot, parte delle quali provengono dai vigneti a Montalcino e parte da Scansano, facendo di questo vino quello che unisce idealmente i due cuori dei Barbi. —
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