Il presidio
Venne accusata da una collega vigilessa assolta dopo 7 anni
Parla l’agente municipale incolpata di aver fatto sparire un libretto delle multe «Indossavo la divisa e mi chiedevo cosa la gente pensasse di me: un calvario»
«Assolta perché il fatto non sussiste». È la formula che Silvia Galeazzi, agente municipale in forza al comando di Orbetello, ha atteso per sette anni. Oggi ne ha 45 e nel 2011 per lei è iniziato un calvario giudiziario: era stata accusata da una collega di aver fatto sparire il blocchetto delle multe; tutto girava intorno a una sanzione fatta a un cittadino che poi sembrò sparita nel nulla proprio per mano di lei che per altro in quei giorni era in ferie. Si tratta di un’accusa che si è portata sulla spalle per sette anni, sapendo di essere estranea ai fatti come poi la sentenza della Corte D’Appello di Firenze, seconda sezione penale, depositata il 29 maggio, ha stabilito. Ora che il processo si è concluso ha decido di parlare al Tirreno di quella vicenda: senza acredine contro nessuno ma solo per la soddisfazione che la verità sia venuta a galla, per se stessa e per tutto il comando della polizia locale di Orbetello.
Cosa ha provato quando ha saputo delle accuse?
«Sono caduta dalle nuvole. Non credevo che si potesse arrivare a tanto e soprattutto non avevo capito che sarebbe stata una questione che si sarebbe dilungata per così tanto tempo. Nemmeno i miei avvocati allora ritennero che la situazione avrebbe assunto certi risvolti».
Quando ha capito che la questione era seria, come si è sentita?
«Non ci potevo credere. Mi chiedevo cosa potesse pensare di me la gente che mi circondava. Ogni giorni indossavo la divisa, facevo il mio lavoro e mi chiedevo: “Chissà che pensano di me quando faccio una contravvenzione, quando rispondo a una domanda”».
I suoi colleghi come si sono comportati?
«Sono stati tutti molto carini. Sapevano cosa stava succedendo ma, conoscendomi, si limitavano a dire che la giustizia avrebbe fatto il suo corso, che la mia estraneità ai fatti sarebbe stata dimostrata. Quando è uscita la prima sentenza che mi ha vista colpevole non hanno detto nulla. Erano sconcertati quanto me».
Si aspettava una sentenza di condanna in primo grado?
«No, nella maniera più assoluta. Non ho capito nulla quel giorno, tutto mi sembrava assurdo».
Ci sono stati dei colleghi che le sono stati particolarmente vicini?
«Sono stati tutti davvero unici, anche alcuni di quelli che purtroppo si sono trovati coinvolti nella vicenda chiamati come testimoni. Devo dire poi che Lara Marini è stata fondamentale per la mia assoluzione e Katia Penna si è rivelata una vera amica accompagnandomi anche a Firenze per le udienze».
Cosa ricorda del giorno della sentenza che ha sancito la sua assoluzione?
«Ero felicissima, per me ma anche per la mia famiglia che non ha vissuto momenti facili. Sono sempre stata sicura di non aver fatto nulla che fosse contrario alle regole. Ora però che anche la giustizia lo ha dimostrato posso finalmente andare a testa alta. Ringrazio chi mi è stato vicino, i miei legali che hanno sempre creduto nella mia estraneità ai fatti. I miei colleghi che mi hanno supportato e anche quei cittadini che mi sono stati vicini». –
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