Italia
L’educazione civica torna nelle scuole ma dall’esame scompare il tema di storia
I dubbi di Luciana Rocchi, storica ed ex docente, sulla legge: lo studio del passato aiuta il pensiero critico, ma fa paura
L’INTERVENTO
Per venire a capo di un’informazione sulla legge istitutiva dell’educazione civica a scuola (fonti governative, parlamentari, commenti...) carente e apparentemente contraddittoria, si deve ricorrere ai documenti ufficiali in rete: proposte, emendamenti e dibattito in Commissione, testo finale. Ma la lettura chiarisce solo quanto confuso appaia il futuro dell’attuazione, a partire dal “senza oneri aggiuntivi”, ma non solo.
Su questo, basta aspettare; sul significato culturale e politico si può già ragionare. È in 3 articoli il nocciolo duro di quella che è introdotta come nuova materia, numero minimo di ore annue: 33. Si va dai contenuti della carta costituzionale, ai meccanismi di funzionamento delle istituzioni, alle regole del vivere. In ordine sparso sono elencate la somma di educazioni a. . . (legalità, salute, ambiente, cittadinanza digitale. . .), mescolate in modo indistinto a competenze, abilità, saperi, imperativi etici. Se ne ricava un’immagine impietosa della interpretazione della “trasversalità” (carattere distintivo di questa proposta) come disordine assoluto, linguistico e pedagogico. Dovrebbero gestirla tutti gli insegnanti, si legge, ma si legge subito dopo che sarebbe affidata agli insegnanti di materie giuridiche ed economiche. Dunque una interpretazione “tecnica”, incompatibile con la somma delle competenze necessarie a un’educazione a...tutto. A qualificarla il voto.
Unica idea pedagogica: studia, se no sarai bocciato. La leggeranno per applicarla, se e quando accadrà, insegnanti e dirigenti, amministratori e famiglie, tutti coinvolti, anche in organismi incaricati di trovare soluzioni operative e occuparsi di formazione degli operatori, sempre “senza oneri aggiuntivi”, distraendo risorse da altri luoghi, con il sostegno di esperienze e competenze di non meglio definiti soggetti esterni. A me interessa altro: leggerla alla luce della mia storia di insegnante – m’è stata puntualmente insegnata, l’ho insegnata, ogni anno, in ogni classe, insieme alla storia – e dei cinque lustri di impegno dell’Isgrec a fianco della scuola – esperienze di formazione di docenti e di lavoro con le classi, con la storia-fondamento-naturale dell’educazione civile. E storia come contesto, non solo di breve periodo, della Costituzione. Storia per appassionare gli studenti, fuori dalla litania del “ai ragazzi non piace”. Non è la mia esperienza di insegnante, non è quella dei laboratori in classe dell’Isgrec. Storia per capire le radici del presente e dare un senso a crisi e incertezze sul futuro, alla “cittadinanza digitale”, che la legge vuole affrontare “di petto”, indicando “abilità e conoscenze digitali” essenziali, elencate in una lista che inizia con: “analizzare, confrontare e valutare criticamente la credibilità e l’affidabilità delle fonti di dati, informazioni e contenuti digitali”. Ma queste non sono abilità, piuttosto quel pensiero critico cui abitua la critica della fonte. È il mestiere dello storico, che l’insegnante di storia simula nel lavoro quotidiano. Però, nell’ inedita versione di educazione civica che ci viene offerta, la storia è citata al primo punto della lista di “competenze” (lemma dai mille significati, dunque senza significato, in questo testo), una volta e mai più, con una impareggiabile trovata: “storia della bandiera e dell’inno nazionale”.
La domanda oggi ineludibile: chi ha paura della storia? Mentre in Parlamento si costruivano le premesse della “giornata storica”, com’è stata definita dal ministro Bussetti l’approvazione delle legge, si cancellavano anche tracce di storia dalle prove dell’esame di maturità, indizio di un processo di ben maggiore ampiezza. Si è giustificata prima banalizzando: il tema di storia gli studenti non lo scelgono. Ma sono le parole del Ministro che oggi vanno rilette: «La storia è una disciplina importantissima, che attraversa tutte le altre...Con il nuovo esame non si vuole assolutamente mortificarla o ridurne l’importanza». Niente storia-materia, dunque, perché dappertutto c’è storia, basta che non sia quel sapere che narra e spiega, con il suo statuto, le sue specificità disciplinari e le sue fonti. Parole in libertà quelle che seguono («è alla base della cittadinanza»), se nella nuova, storica legge, si riduce alla bandiera e all’inno di Mameli. Non serve avventurarsi in un’esegesi di un presunto storicismo del ministro o delle dichiarazioni dei personaggi che lo affiancano. Da qui, invece, una sola domanda: chi ha paura della storia? E perché? Tutti gli Stati (soprattutto se regimi) hanno fondato su storia, tradizioni, memoria dei fasti, veri o narrati, del passato, la ricerca di consenso. Così in fondo la “historìa” è praticata nell’età classica: narrazione edificante e capace di rafforzare l’identità delle comunità e la relazione popolo-potere. Ma l’identità che vuol rafforzare l’educazione civica di Bussetti (questa sì, citata e argomentata) non passa per la storia. Non per la storia di Marc Bloch, che ha regalato ai nostri ragazzi un piccolo, prezioso libro: “Apologia della storia o mestiere di storico”. Insegna che la storia è non la chiave totalizzante per leggere la realtà, ma il luogo per eccellenza del pensare criticamente. Lo fucilarono, era un ebreo, il 16 giugno 1944, dopo averlo catturato, soldato francese nella seconda guerra mondiale. Quel libro lo scrisse lì, poco prima della morte: è un testamento. Altri come lui hanno fatto scuola, altre scuole storiche esistono e oggi insegnare storia significa attingere a queste fonti. Non tutti, ma molti insegnanti lo fanno. Forse è questa la storia che fa paura. —
Luciana Rocchi
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