«O paghi o salti col tritolo» Tre spacciatori in carcere
L’indagine dei carabinieri è partita grazie alla denuncia di una mamma coraggio Il racconto della donna: minacce estorsive al figlio per i debiti di droga
Parlavano tra loro in codice, chiamando «documenti» i soldi che dovevano essere pagati per le partite di droga, utilizzavano diversi numeri di cellulare per fissare gli scambi e per trattare le quantità che di volta in volta si spostavano tra Grosseto e Porto Santo Stefano, dove abitano due dei tre spacciatori finiti nel carcere di via Saffi. A far scattare loro le manette ai polsi sono stati i carabinieri di Orbetello, che martedì sera hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Abderahman Jarmouni (difeso dall’avvocato Alessandro Bartolozzi), ventenne di origini marocchine che abita a Porto Santo Stefano, David Mercedes, 44 anni dominicano residente a Grosseto, difeso dall’avvocato Elena Pellegrini ed Emanuele Galazzo, 32 anni, anche lui argentarino, difeso dall’avvocato Tommaso Spada. A tutti e tre, il sostituto procuratore Anna Pensabene che ha coordinato le indagini svolte dal nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Orbetello, ha contestato la detenzione ai fini di spaccio, mentre Galazzo è indagato anche per il reato di estorsione. Perché l’inizio della storia, finita nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Giovanni Muscogiuri, risale alla denuncia presentata da una mamma coraggio, esausta di vedere suo figlio in balìa del trentenne di Porto Santo Stefano.
La donna, «ridotta alla disperazione dalle condizioni del proprio figlio, tossicodipendente e con problemi psichiatrici», scrive il giudice nell’ordinanza di custodia cautelare, aveva deciso di rivolgersi ai carabinieri per denunciare quanto stava accadendo da qualche mese. Da quando, ad agosto dell’anno scorso, era tornato a casa con i capelli completamente rasati e si era rinchiuso nella sua camera a piangere. Il giovane era riuscito nei giorni e nelle settimane successive a dire qualcosa a sua madre e a suo nonno. A raccontare l’incubo nel quale era finito: da diversi mesi aveva cominciato a fare uso di cocaina che prendeva da Galazzo, che lavora come pescatore. Pagava un grammo cento euro e non sempre ce l’aveva fatta ad onorare il proprio debito. Indagato anche il padre del giovane che, forse ha operato insieme al figlio - scrive il giudice - o almeno era connivente. Il ragazzo si sentiva perseguitato e terrorizzato per quei debiti che aveva con il trentenne tanto da raccontare a sua madre che alcune persone, che però non ha saputo riconoscere, lo avrebbero minacciato «di farlo saltare in aria con il tritolo».
I carabinieri si sono messi subito al lavoro e, attraverso le intercettazioni telefoniche e i servizi di osservazione, hanno scoperto un giro di spaccio che disegnava un’asse da nord a sud della Maremma e viceversa. Galazzo, secondo gli investigatori, era ben inserito nel mercato locale e la droga che spacciava spesso veniva acquistata da Jarmouni, che i suoi clienti conoscevano con il nome “Rida”. Il giovane nordafricano, aveva messo su un giro di clienti con i quali prendeva contatti attraverso quello che per i carabinieri era un vero e proprio cellulare da lavoro, utilizzato solo per questo tipo di comunicazioni.
Jarmouni però non era il solo a rifornire Galazzo di droga: quando lui non era in grado di garantire l’arrivo dell’hashish e della cocaina all’Argentario perché a corto di sostanze o impegnato nei suoi affari a Grosseto, interveniva Mercedes, detto “Rambo”, anche lui accusato di plurimi episodi di cessione. Oggi è fissato l’interrogatorio degli arrestati. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
