Il Tirreno

Grosseto

Il top si chiama San Michele e nasce da uve super selezionate

Lina Senserini
Il top si chiama San Michele e nasce da uve super selezionate

Agostino Ropolo arrivò qui nel 1978 e si innamorò di queste terre Lo affianca la figlia Cristina anche nell’organizzazione di eventi 

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tra i filari

Lina Senserini

Lasciandosi alle spalle Grosseto, quando il paesaggio comincia a ingentilirsi salendo verso Siena o le pendici dell’Amiata, a meno di un chilometro da Paganico, si intravede sulla collina un ampio casale immerso nel verde e semicircondato da filari di viti, curati come un giardino. Non è chiaro se in passato sia stato una zona franca tra la Repubblica di Siena e lo Stato Pontificio, oppure un insediamento militare, noto sulle antiche carte come Podere San Michele, ma certo è che non è passato inosservato agli occhi di un amante della campagna toscana, con il suo verde e le sue curve morbide.

Quando nel 1978, Agostino Ropolo, torinese, trapiantato giovanissimo a Milano, un passato da manager per grandi firme della moda, è arrivato qui, il casale era in totale abbandono, senza luce, senza acqua e in gran parte da rifare. «Ma era esattamente quello che cercavo», spiega sorridendo. È nata allora l’Azienda agricola Poggio L’Apparita, in origine dedicata alla coltivazione dei cerali, al foraggio e all’allevamento di cavalli. Pochi anni dopo lo seguono le figlie, Ilaria e Cristina, la secondogenita, che oggi lo affianca occupandosi della produzione e promozione dell’azienda vitivinicola, organizzando anche degustazioni ed eventi: il prossimo il 21 luglio, alle 19, un “Concerto al tramonto”, con il pianoforte del maestro Maurizio Mastrini. Il vino, tuttavia, non è stato il primo amore di questo signore poco più che ottantenne, colto e raffinato, che ha scelto di dedicarsi completamente a questa azienda, con la sensibilità di sapersi ben inserire e integrare. «L’idea di produrre vino è nata per caso, nel 2000, quando ci è stato proposto di far valutare se il terreno avesse le caratteristiche per impiantare vigneti, che sarebbero ricaduti nell’appena costituita Doc Montecucco. Sono rimasto affascinato da questa prospettiva e mi sono convinto che fosse la strada da percorrere».

La passione, l’amore per questa terra, il rispetto delle sue tradizioni e delle sue vocazioni, che Agostino Ropolo ha trasmesso alla figlia Cristina, hanno fatto il resto. Dei sei ettari che erano risultati adatti alla vite, Ropolo ne ha scelto uno e mezzo e, tra il 2002 e il 2007, ha messo a dimora le nuove viti, il sangiovese e i vitigni internazionali a bacca nera, orientandosi fin da subito verso la produzione di un vino di alta qualità, ma diverso dai tradizionali “maremmani”, allora non così conosciuti. Su consiglio del primo enologo, fu prodotto un blend di syrah, merlot e sangiovese. Nel frattempo la parte tecnica era passata nelle mani dell’enologo-agronomo Pablo Harri, scomparso nel 2017, l’uomo della svolta, capace di dare ai vini di Poggio L’Apparita l’impronta che li ha resi famosi e apprezzati. Harri consiglia di aggiungere altri due vitigni internazionali, il petit Verdot e il cabernet sauvignon, ai tre precedenti, di far riposare il vino 12/18 mesi in legno, con l’affinamento in bottiglia per tre anni. Nasce così il San Michele (l’antica denominazione del casale), da uve selezionatissime, il meglio del meglio, prodotto esclusivamente quando la qualità dei grappoli è tale da garantire il risultato. Tant’è che non è stato fatto nelle due disastrose annate del 2014 e del 2017. Un vino immesso oggi sul mercato in circa 3mila bottiglie, un “Super Tuscan” di qualità tale da portare l’azienda a far parte dell’Associazione Grandi Cru della Costa toscana. Fino al 2011 è stato l’unico vino dell’azienda, finché Agostino, uomo pratico e concreto, dispiaciuto per il mancato uso delle uve non destinate al San Michele (ottime ma non abbastanza per il Super Tuscan), chiede a Harri di pensare un nuovo prodotto. Nasce così, nel 2012, l’altro vino di punta dell’azienda, il San Michele n°3 Rosato. Le prime 800 bottiglie sono un successo. «È un vino prezioso – spiega Cristina Ropolo – prodotto interamente da uve Sangiovese, con una procedura molto particolare: due vendemmie separate, una nella seconda metà di agosto e una quando l’uva è a maturazione completa, due vinificazioni separate, con il metodo della pressatura soffice, e un assemblaggio a novembre. Il passaggio successivo è in acciaio e la messa in commercio dipende dal momento della maturazione». Ovvero, anche in questo caso non legata al mercato ma alla qualità. Nel frattempo l’azienda si arricchisce della nuova cantina, la barricaia e la sala degustazione, un gioiello di gusto e delicatezza, ma anche di attenzione alle fasi della produzione, tutte manuali e rigorosamente controllate.

Dopo la scommessa vinta del Rosato, nel 2013 nasce anche il sangiovese in purezza rosso, il San Gio’. Poi da un’annata difficile come il 2014, arrivano le altre etichette: il N°5 e il N°6. In quell’anno non c’era la qualità per fare il San Michele e si orientò la produzione su vini più moderni di breve invecchiamento, ma ugualmente di altissima qualità. L’ultimo arrivato nel 2018 è ancora una scommessa: il bianco da sangiovese in purezza, quasi un esperimento per il nuovo enologo, Gabriele Gadenz, diverso dai tradizionali bianchi maremmani, ma che ha incontrato il gradimento dei consumatori. «Queste nuove linee produttive – conclude Agostino – sono la nostra risposta al mercato locale, vini in un certo senso da “restituire” a questa terra aspra, generosa e bellissima che ci permette di fare prodotti di così alta qualità».
 

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