Il presidio
«Scrisse che lei si sentì male e lui la teneva per la mano»
la moglie dell’imputato riferisce il contenuto di un biglietto
GROSSETO. La presidente della Corte di assise Laura Di Girolamo la incalza nella parte finale della deposizione: «Ma signora, è possibile che tra il periodo del carcere, dei domiciliari e delle fasi successive suo marito non le abbia mai detto nulla di quanto era avvenuto a casa della mamma?».
Roberta Boni, moglie di Giuseppe Di Gioia, cerca di spiegare: «Mi scrisse una lettera, mi diceva di non credere a tutto ciò che dicevano su di lui». E basta? «Quando lui venne ai domiciliari stava male. Io chiedevo ma lui stava male». Ma con il rapporto che avevate lei non lo ha mai messo a sedere sul divano e gli ha detto: adesso parliamo? «Mi scrisse un biglietto, quando era a casa. Aveva scritto che la mamma si era sentita male e che lui l’aveva tenuta per mano». E dopo la seconda volta che era tornato dal carcere? «Non siamo più tornati sull’argomento».
La donna, ultima testimone della giornata, ammette di aver sbagliato quando, nel 2017, sentita dalla polizia, non aveva dato chiarimenti su uno dei finanziamenti («mi ero fatta prendere dall’ansia»). Risponde di non aver mai visto il marito giocare alle slot e che non aveva debiti con gli usurai. Cade dalle nuvole, come in precedenza la cognata Maria Giuseppa, quando il pm (che riferisce testimonianze raccolte in fase di indagini) gli chiede se si lui si era sposato con una hostess negli Usa, se avesse una villa all’estero, o se lei sia stata malata o se lui avesse avuto un tumore (come il meccanico di famiglia ha detto di aver saputo da lui). La donna spiega di aver saputo, dopo l’arresto, che sul conto in banca «c’era pochissimo: mi è crollato il mondo addosso. Dovevano esserci diecimila euro, non si arrivava a mille. Cosa pensai? Che si era mangiato tutto». Aggiunge che con la vittima i rapporti si erano deteriorati dopo l’incidente con la moto: «Si scatenò il finimondo». Sa dei soldi spariti a casa della suocera? «Sì, accusarono Giuseppe di aver preso i soldi. Ma lui disse di non averlo fatto, piangeva». Chiese la separazione dopo l’arresto? «Sì, per disperazione, per rabbia, per paura di ripercussioni economiche». Sotto casa trovò delle scritte minacciose («Vergognatevi», «Assassini»). Chiarimenti gli sono stati chiesti sulla cassetta di sicurezza in casa («non so cosa ci fosse dentro, non avevo le chiavi. Quando lui l’aprì credo che ci fossero diecimila euro»).
Ancora all’avvocato Sabrina Pollini, difensore di Di Gioia insieme ad Alessia Ceraolo, chiarisce che i colleghi l’avevano aiutata, dopo l’arresto, con una busta, «una colletta, un migliaio di euro».
Sentito anche l’altro fratello, Nicola Antonio Di Gioia, che abita ad Anguillara Sabazia da trenta anni: «Sapevo che aveva problemi quando non lavorava. Nel settembre 2015 gli feci un bonifico da 500 euro». Seppe della sparizione dei soldi da casa («ebbi la percezione dei dubbi nutriti su Giuseppe») e, solo la notte dell’arresto, della vicenda slot.
La suocera si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Nella prossima udienza lo stesso Di Gioia risponderà alle domande. — P.S.
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