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La Soprintendenza sulla Pieve «I lavori sono stati affrettati»

La Soprintendenza sulla Pieve «I lavori sono stati affrettati»

Il funzionario ad interim scrive al Comune sulla contestata opera di restauro  «Tempi ridotti chiesti da commercianti e cittadini per Pasqua. Ora i correttivi» 

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CAPALBIO. L’intonaco giallo senape della chiesa di San Nicola a Capalbio è dovuto a una «esecuzione affrettata dell’intervento». Lo riferisce la Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio di Siena e Grosseto, che analizza nel dettaglio le fasi del contestato restauro della Pieve, spiegando però come la situazione sia «facilmente risolvibile» rimontando i ponteggi e mettendo in atto i correttivi del caso.

I chiarimenti, a firma del Soprintendente ad interim Andrea Pessina, sono arrivati in queste ore al Comune di Capalbio. Il presupposto del restauro, che ha avuto l’avallo della Soprintendenza, è stato che «la facciata della chiesa di San Nicola – dice l’ente ministeriale - così come tutte le altre superfici, al momento della richiesta di autorizzazione all’esecuzione di lavori di restauro si presentava in forte stato di degrado». Croste, alterazioni cromatiche, rigonfiamento. E soprattutto nessun intervento manutentivo negli ultimi 50 anni.

«La ricerca storico-critica e le analisi storiografiche sugli intonaci durante le fasi di esecuzione dei lavori - scrive Pessina - hanno confermato che l’intonaco era riconducibile all’ultimo intervento di restauro databile alla seconda metà degli anni ’60 del Novecento, realizzato con materiali che oggi risulterebbero incompatibili anzi dannosi per le superfici murarie sottostanti». Sono state eseguite «analisi stratigrafiche e saggi sull’intonaco, nonché analisi chimiche per stabilire l’esatta composizione dei materiali di finitura delle superfici», prosegue il Soprintendente.

E il risultato ha testimoniato la presenza di cemento e quarzi nella composizione dell’intonaco diffuso su tutte le superfici. Sui graffiti che comparivano sulla facciata, è sempre la Soprintendenza a chiarire come «la decorazione esistente, ritenuta inizialmente settecentesca, in realtà risulterebbe insistere su intonaci non precedenti agli anni ’60 del 1900». Il motivo per cui tale decorazione era quasi del tutto «perduta risiedeva proprio nella composizione dell’intonaco, dilavato e distaccato in più punti dal supporto murario»

Ciò premesso, la scelta di rimuovere l’intonaco cementizio – continua l’ente – «considerato un intervento incongruo, è stata autorizzata dalla Soprintendenza che ha condiviso l’obiettivo di consentire la rilettura dell’impaginato architettonico lasciando emergere gli elementi compositivi del rosone e del portale in travertino, opportunamente restaurati». Nel caso in questione poi - ed è questo il punto centrale della nota di chiarimenti - la Soprintendenza ritiene che «la principale causa del risultato attuale sia stata l’esecuzione affrettata, in quanto eseguita a macchina e in modo uniforme, delle ultime e più delicate lavorazioni sulle superfici, che avrebbero dovuto seguire una corretta esecuzione secondo la regola dell’arte e la buona prassi del cantiere di restauro. La tempistica ridotta, lamentata anche dalla Direzione dei lavori, è stata espressamente richiesta da commercianti e abitanti che chiedevano di liberare dai ponteggi lo spazio antistante la facciata per le feste pasquali. Per di più, oltre alla veloce esecuzione della tinteggiatura su intonaco troppo liscio e reso tale a macchina, sembrerebbe non essere stata eseguita la velatura in terra d’ombra (effetto acqua sporca) così come suggerito da questo ufficio durante il secondo sopralluogo, avente la finalità di smorzare il tono acceso della tinta e limitare l’effetto di uniformità del colore. Ciò premesso, la situazione appare facilmente risolvibile rimontando la struttura del ponteggio e mettendo in atto le azioni mitigative e le misure correttive esposte, per le quali si è data disposizione all’ufficio tecnico della Curia». —



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