Italia
«Subito dubbi che si trattasse di un furto finito male»
Testimonia il dirigente della squadra mobile: Donata Muccio aveva di certo aperto la porta al suo assassino. I gioielli sul tetto e il mazzo di chiavi
GROSSETO. La casa era completamente a soqquadro, ma c’erano vari elementi per dubitare di una rapina finita in tragedia. Innanzitutto, non c’era alcun segno di scasso alla porta né alle finestre, così come non c’era modo di arrivare dall’esterno a quell’appartamento al secondo piano di via Nazario Sauro. Senza contare poi che la donna trovata priva di vita sul pavimento della cucina, Donata Muccio 85 anni, era molto attenta e non apriva mai agli sconosciuti, hanno spiegato i vicini di casa.
Tanto hanno riferito in aula gli investigatori che il 24 ottobre 2015 erano intervenuti per far luce sull’omicidio dell’anziana, per cui è finito sotto processo suo figlio Giuseppe Di Gioia, accusato di omicidio preterintenzionale e di rapina aggravata, assistito da Sabrina Pollini e Alessia Ceraolo.
Nell’udienza fiume di ieri, davanti alla Corte di assise presieduta da Laura Di Girolamo (a latere Adolfo Di Zenzo), depongono gli investigatori. «La donna è stata ritrovata in vestaglia, in abiti da casa», spiega Armando Buccini, dirigente della squadra mobile, facendo intendere la convinzione che la donna abbia spontaneamente aperto al suo assassino. L’impressione che il delitto si fosse consumato all’interno della casa è stata immediata per gli investigatori, grazie alle lesioni che l’anziana riportava all’altezza della bocca, a una macchia di sangue trovata vicino al cadavere e a un orecchino apparentemente strappato dal lobo destro dell’orecchio: segni chiari di un’aggressione secondo la perizia della polizia scientifica. La ricostruzione dell’accusa, infatti, consiste nell’idea che tra Di Gioia e sua madre scoppiò un furioso litigio quel giorno: la donna morì e l’uomo, in preda al panico, mise a soqquadro l’appartamento per simulare un furto finito male. Ma le indagini hanno portato a credere altro, perché da subito, viene spiegato in aula, erano emersi gravi indizi di colpevolezza per Di Gioia, in quel periodo oppresso dai debiti economici, legati anche al gioco. Tra questi, un mazzo di chiavi con cui l’uomo ha accompagnato gli agenti sul tetto del condominio dove poi sono stati ritrovati i gioielli dell’anziana, nascosti in un comignolo: mazzo di chiavi che Di Gioia non avrebbe dovuto avere, perché era il mazzo di riserva – hanno ricostruito gli agenti – che l’anziana teneva nel suo appartamento. «C’era la sensazione che ci fosse un suo coinvolgimento diretto - aggiunge il sostituto commissario Luigi Betti - e quindi facemmo un’opera di convincimento». Come a dire che Di Gioia voleva parlare, voleva dire. «E poi era l’ultimo ad aver visto la madre viva. Quando ci disse quelle cose non lo stavamo interrogando, era solo informato sui fatti». In aula parla anche il sovrintendente Mario Russo (Volanti) che aveva preso le prime informazioni dai vicini. — Alfredo Faetti
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