Ora torniamo dai nostri cari senza “prescia” Alla buon’ora
l’opinione
stefano adami
Nemmeno dalla miglior vita, nella sua santa pazienza, era possibile accogliere senza prescia i propri cari. Ricevere un fiore. Agra condizione, da noi, cimitero urbano, fino a poco fa. L’impalpabile presenza, si sa, ama essere ricordata. Neppure nello stato di altra dimensione si potevano dare e ricevere segni d’affetto. Quelli rimandati da un dì all’altro dal bipede terrigno. Nell’avvelenato quotidiano. Rimandati per lavoro, per competizione, perché era inverno, era estate, era una mezza stagione. Per vergogna. Capita a volte, infatti, di provar vergogna a dire “Ti voglio bene”. Sentire impaccio abbracciando il babbo, il fratello, il cittino.
Con la morte, tutte queste remore, gli impedimenti, cadono. Con il pondo carnale. Poi, però, non si può accedere ove il sereno trapassato, l’impalpabile presenza, riposa. Addio visita. Nulla si può dire all’invisibile amato. Non ricevere conforto. Nemmeno farci più una partitella a carte. Certo, il sereno trapassato potrebbe accedere lui a noi. Ma vagli a spiegare come stanno le cose. Capirà al volo? Si occupa d’altro, beato lui. Dell’eternità. Ascolta in esecuzione dal vivo, privata, le melodie dei circoli celesti. I serafini. Gratis, oltretutto. Tutto gratis lassù. Per volare, non c’è bisogno neppure d’imbarcarsi su aviogetti. Sai quanto gli cale degli impicci dei nostri uffici. Non vota più. Beghe politiche, amministrative, tutte dimenticate.
Ma la politica, l’amministrazione, non lo dimentica, l’invisibile amato. Lo chiude nel recinto irraggiungibile. Magari gli chiede ancora altre tasse. Che devono pagare i congiunti, è chiaro. Lui, lassù, ascolta le melodie. E non si schioda. Con la Pasqua, le cose hanno ripreso la marcia. Lavori finiti, alla buon’ora. Si può tornare dai propri cari. A chiedergli di ascoltare anche noi, magari, senza biglietto, un po’ di quelle estatiche melodie. Evitando l’ira di Dio. —
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