Addio al partigiano Ameglio volto simbolo della Resistenza
Memoria storica della coraggiosa lotta al nazifascismo, se n’è andato a 93 anni Il figlio: «Spero che il suo esempio faccia riflettere, affinché l’orrore non si ripeta»
. Ameglio Machetti, classe 1926, è morto ieri a Grosseto circondato dall’affetto del figlio Enzo, dei nipoti, dei compagni dell’Anpi.
Vedovo, ex partigiano, con il su giacchetto bianco è stata un’icona, uno degli ultimi testimoni di un’epoca dove schierarsi e combattere rappresentava una necessità. Sempre presente alle manifestazioni, alle celebrazioni del 25 aprile.
È stato per anni il portabandiera dell’Anpi, il volto più conosciuto insieme a Nello Bracalari. «La lotta di Liberazione – racconta Ameglio in un libretto autobiografico edito di recente dall’Anpi – cominciò l’8 settembre 1943 e io ne feci parte da subito. All’epoca ero solo un ragazzo di diciassette anni che viveva a Tocchi, una piccola borgata di case nel Comune di Monticiano, dove il Merse segna il confine tra Siena e il territorio grossetano. A scuola avevo già conosciuto, come tutti i bambini di quell’epoca, i rituali del regime fascista, tesi a plasmare gli italiani fin dalla fanciullezza, sopportando le messe in scena dei saluti, delle sfilate, etc. Per mia fortuna, in famiglia si respirava un’aria diversa. Mio padre era un invalido di guerra, di fede socialista. I fascisti locali l’avevano preso di mira. Ne impedirono l’assunzione a cantoniere e ci costrinsero a una vita di grandi difficoltà».
Un ragazzo che oggi rilegga, a quasi ottant’anni da certi avvenimenti, le storie di cui Ameglio era depositario può avere l’impressione di avere tra le mani un romanzo epico, quasi una leggenda. Si alternano storie di sangue, di sofferenza e amore, di grande generosità.
La scelta di schierarsi dalla parte giusta provocò in molti dubbi e travagli. Per alcuni fu dettata dal desiderio di farla finita con la guerra e la dittatura. Ameglio, con la sua sensibilità, ha sempre raccontato questo passo come qualcosa di naturale per lui che era cresciuto in un ambiente antifascista. Tra le righe dei suoi racconti si intuisce però il rischio che questa scelta comportava: l’essere imboscati, il pericolo continuo della cattura e della fucilazione. Ameglio, a dire il vero, non parlava volentieri di quel periodo. Aveva imbracciato le armi e sparato. Nel suo memoriale racconta dei nascondigli, delle staffette, dei rastrellamenti tedeschi. Solo in vecchiaia aveva mostrato al figlio Enzo appunti manoscritti e fotografie, con il desiderio di trasferirli in un librettino. E così è stato. Dai suoi racconti, ripresi in mano proprio ieri, emerge il senso di solidarietà e il desiderio di operare per il bene comune che animò la Resistenza; ne è dimostrazione l’episodio dell’assalto al consorzio agrario di Monticiano, non per accaparrarsi il grano per i partigiani, ma per distribuirlo alla popolazione affamata.
Ad Ameglio pesava il fatto di essere stato definito un bandito, di essere stato tenuto sotto controllo come un delinquente, “attenzionato” dalla Prefettura e segnalato al Casellario giudiziale centrale, di aver trovato sempre porte chiuse, perfino a guerra conclusa, costretto a fare l’ambulante nei mercati. Una sorte comune ad altri protagonisti della Liberazione. Il figlio Enzo e l’Anpi continueranno a coltivarne il ricordo: «Le vicende narrate da mio padre spero inducano oggi e in futuro a una riflessione, soprattutto i giovani, perché non si ripetano più certe divisioni, fatti di sangue come quelli di cui babbo fu testimone».
Oggi la salma di Ameglio sarà cremata a Livorno. Domani alle 16 le ceneri saranno portate a Sterpeto. Il partigiano riposerà accanto alla moglie. —
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