Il Tirreno

Grosseto

ricatto all’amante della compagna 

«Gli ho chiesto quei soldi perché mi ha danneggiato Ma glieli avrei restituiti»

Pierluigi Sposato

L’uomo resta in carcere  Al giudice ha detto che si era sentito ferito dal tradimento «Ho fatto comunque tutto per amore di lei»

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GROSSETO. «Signor giudice, è vero: io i soldi li ho chiesti. Ma li avrei restituiti. Lui mi aveva creato un danno, era entrato nella mia vita andando con la mia compagna. Ed era giusto che pagasse. Però quel denaro io più in là glielo avrei ridato».

È stato più o meno con queste parole che l’uomo di 43 anni, arrestato per estorsione ai danni dell’amante della compagna, ha spiegato il proprio gesto di fronte al giudice Marco Mezzaluna, che ieri pomeriggio lo ha interrogato in carcere. E in carcere dovrà restare.

L’uomo ha ammesso il ricatto e ha però cercato di darne una giustificazione. Ha spiegato che vuole bene alla donna e che la vuole aiutare: «Ho fatto tutto per amore». Perché? Perché la donna ha avviato un’attività imprenditoriale in città e si trova momentaneamente in difficoltà, ad esempio per pagare l’affitto. Così quel gesto è parso all’uomo, al di là dei risvolti penali verosimilmente da lui non considerati, avere una duplice veste: restituire l’onore dopo il tradimento, con un risarcimento, e aiutare la fidanzata. «Io so cosa vuol dire non poter contare sul denaro che entra in casa, anche io lavoro: ma ho perso del tempo. E devo essere risarcito». Un pensiero del genere l’indagato lo aveva espresso anche in uno dei messaggi, finiti nel fascicolo della squadra mobile della polizia di stato, inviati alla vittima dell’estorsione, un professionista grossetano con famiglia. Quest’ultimo era proprio con la famiglia, nel periodo delle festività natalizie, quando era avvenuto il primo incontro con la donna, nel bagno di un ristorante. Era seguito un altro incontro, in un bar, e lì c’era scappato anche un bacio. Poi la scoperta del tradimento da parte dell’uomo poi indagato: le telefonate, i messaggi, le richieste dei soldi, l’appello alla polizia, l’organizzazione dell’appuntamento-trappola, l’arresto avvenuto nei pressi di via Aurelia nord martedì mattina, poco prima delle 10,30. L’uomo aveva appena preso una busta con 500 euro in banconote segnate e fotocopiate dalla polizia. Pare che avesse avuto una sorta di ripensamento, come se non volesse prendere il denaro. Ma poi si era deciso: doveva comunque essere risarcito.

Adesso rimane in carcere, come chiesto dal pubblico ministero Giampaolo Melchionna. Secondo il giudice, esiste il pericolo che i ricatti possano continuare: se venisse messo ai domiciliari o se anche venisse dotato di braccialetto, magari potrebbe di nuovo inviare messaggi minatori, utilizzando il telefono di qualcun altro. Potrebbe fare pressioni sul professionista direttamente o indirettamente. Ci sono poi dei precedenti, ma molto remoti: un reato commesso più di sedici anni fa. Il difensore, l’avvocato Mara Renzetti, preannuncia che farà ricorso al Tribunale del riesame. —

Pierluigi Sposato



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