Il presidio
«Negò per vergogna» Presentato l’appello
Carabiniere condannato per gli abusi su una bambina Dubbi sulla testimonianza della figlia dell’ex compagna
. Dubbi sollevati sull’attendibilità della testimonianza della figlia, oggi diciassettenne, dell’ex compagna, che ha raccontato degli abusi subiti da piccina in casa. Quando l’uomo guardava film porno e le chiedeva di masturbarlo. È questo uno dei rilievi su cui si fonda l’atto d’appello presentato ai giudici fiorentini dall’avvocato Roberto Cerboni. Ma anche su come il giudice per l’udienza preliminare che ha condannato l’uomo a una pena di 10 anni di carcere e 6mila euro di multa, oltre al risarcimento danni in favore delle parti civili e al pagamento delle spese legali, abbia interpretato le prime dichiarazioni del militare. Che ha negato con il proprio difensore – una volta raggiunto dall’ordinanza di custodia cautelare – le gravissime accuse che gli erano state mosse: ovvero quelle di aver abusato delle bambine della sua compagna e anche della figlia della donna con la quale l’uomo aveva avuto, anni fa, una precedente relazione e che è stata ascoltata durante l’incidente probatorio. «Si ritiene naturale il senso di vergogna – scrive l’avvocato Cerboni – unito all’esigenza di preservare un’immagine legata alla allora professione svolta che lo tendeva molto conosciuto».
Quando i colleghi del cinquantatreenne erano andati ad arrestarlo, sapeva di cosa fosse accusato: inizialmente rispose negando, compiendo – scrive il difensore – un «errore morale che si è trasformato in un tragico errore strategico, perché in un momento di così grande confusione mentale lo ha portato a non esercitare il diritto di non rispondere. Durante il secondo incidente probatorio poi, si è visto assistere da un difensore d’ufficio completamente all’oscuro della vicenda perché si è sostenuto che la notifica via Pec della fissazione dell’udienza non fosse idonea ad avvisare il difensore fiducia che non compariva».
È stato in quell’occasione che è stata sentita la figlia ormai diciassettenne dell’ex convivente che aveva saputo dell’arresto dell’uomo e che aveva chiesto a sua figlia se fosse mai stata oggetto di attenzioni particolari da parte dell’uomo, rivolgendosi poi ai carabinieri per presentare denuncia. «Le dichiarazioni che sono state assunte sono costate quattro anni e otto mesi di reclusione – scrive Cerboni – ma sui cui contorni e attendibilità non si possono esprimere che forti dubbi».
La tesi sostenuta dalla difesa riguardo alla testimonianza è che il gip non abbia disposto un esame per valutare l’attendibilità della ragazza che comunque era ancora minorenne. «L’esame della ragazza è generico e confuso – scrive l’avvocato – e l’accusatrice non è stata sottoposta a un vaglio più sistematico e adatto alla condizione mentale e psicologica che il giudice ha riconosciuto sussistere». In nessuna parte del processo che si è svolto con il rito abbreviato, l’avvocato ha invocato la malattia del suo cliente. «Ma non si può negare che si tratti di devianza – scrive – tanto da condurlo a commettere atti dei quali non può che vergognarsi e dai quali non può tenersi distante. Ancor prima dell’interrogatorio il carabiniere aveva sottoscritto una dichiarazione nella quale si impegnava a seguire un percorso psicologico di recupero». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google