Il presidio
La Consulta Disabili si aspetta «più sorrisi e meno ipocrisie»
Domani si celebra la Giornata internazionale dedicata alle persone che vivono con un handicap. Ecco cosa pensa la coordinatrice Pericci
Grosseto. Domani 3 dicembre è la giornata internazionale dedicata alle persone disabili, proclamata nel 1981 con lo scopo di promuovere i diritti e il benessere dei disabili. «Dopo decenni di lavoro delle Nazioni Unite – si legge sulla pagina web di Onu.it che parla della Giornata del 3 dicembre – la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, adottata nel 2006, ha ulteriormente promosso i diritti e il benessere delle persone con disabilità, ribadendo il principio di uguaglianza e la necessità di garantire loro la piena ed effettiva partecipazione alla sfera politica, sociale, economica e culturale della società». In vista di questa Giornata, interviene Luciana Pericci, coordinatrice della Consulta Disabilità di Grosseto.
«Parlando di disabilità – scrive Pericci – si rischia di essere retorici, ripetitivi, patetici. Fiumi di parole e di inchiostro persi nel tempo, coperti di polvere e di ragnatele, racchiusi nelle torri d’ avorio degli intenti e dei buoni propositi proclamati con enfasi nelle ricorrenze e in certe occasioni “Doc”».
«Invece poi – continua – c’è la quotidianità fatta di fatica, resilienza, sfida, messa alla prova da una soffocante burocrazia, da continue certificazioni, superflue per richiedere ausili, servizi, assistenza, non sempre idonea». Si tratta, descrive la coordinatrice della Consulta Disabilità di «percorsi minati, fra incompetenze, approssimazioni, rimbalzi di compiti e responsabilità, con la percezione sulla pelle, di indifferenza, insofferenza, talvolta di intolleranza»; fatti di «fatica nel comunicare, nel far passare il messaggio in una società distratta, dispersiva, figlia di un sistema statico, oberato da vecchie criticità e nuove emergenze, reiterate e quindi croniche».
«Disabili, categoria a parte – dice Pericci – minoranza spesso disturbante la vista e la coscienza e la paura inconscia di chi ci incontra, scarsità di risorse, vuoti e incongruenze legislative e normative». Essere disabili, insomma è una «fatica come singoli, come principio, come consulta. Fatica come genitori, come madri impegnate a sostenere quel figlio speciale, privandosi di altre carezze. E si rimane fuori dai negozi, da tanti eventi, da marciapiedi e stradine dissestate, sporche, ingombre, fuori da una classe senza insegnante di sostegno, da uno screening perché lo strumento non è adattabile. Fuori da un’idea di sessualità per noi. Fuori da una cultura inclusiva che ci consideri persone, cittadini, consumatori, turisti». «Nel tempo – aggiunge – c’è stata maggior consapevolezza di buone prassi ma sono progressi lenti, discontinui, non sistemici». E noi aspettiamo – conclude – Vetrine multimediali parlanti, auto con guida computerizzata, ulteriori progressi tecnico-scientifici, prevenzione. Aspettiamo più sorrisi e meno ipocrisie». —
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