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Cassata la Città visibile, ma la cultura va alimentata

stefano adami

Da decenni è radicata in Italia  l’idea che la cultura grava Eppure essa è capace anche di autofinanziarsi e addirittura di creare nuova ricchezza

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stefano adami

Tra le varie lacrimevoli notizie portate dalla settimana che or ora si chiude, c’è – oltre l’aria puzzolente, i nasi tappati, le anziane prese di mira sulle strisce, le scuole razzialmente pure – anche quella della probabile cassazione della prossima edizione della Città visibile. Probabile o già decisa? Non si sa. E perché cassata, la Città visibile? Perché – pare – i fondi per metterla in opera sarebbero tutti assorbiti da un’altra messa in opera, quella della pinacoteca Luzzetti.

Eppure le due cose parrebbero assai diverse: carne e pesce. O pane e vino, se volete. Tutt’e due intraprese culturali, certo, ma di assai differente natura.

La pinacoteca Luzzetti, infatti, è un intervento materiale, in strutture, che aggiunge nuovo territorio museale a quelli già presenti nel piccolo centro (boccheggiante). È un intervento da toccare con mano. Quel nuovo territorio museale, però, una volta pronto, deve essere abitato, appunto. Vivificato. E quotidianamente, se possibile.

La Città visibile sembrerebbe invece una questione di spiriti che creano eventi impalpabili, immateriali, che vogliono dar vita ai vari culti della piccola città.

Certo, è vero che ormai da decenni è radicata nel bello stivale la diceria secondo la quale la cultura grava. Si dice: “con la cultura non si mangia”.

Quindi, con la cultura si muore di fame. E anche la cultura istessa deve morire di fame. Non si deve dare da mangiare ai piccioni e alla cultura. Quindi, stabilito questo principio, dovremmo essere consequenziali.

Chiudiamo le scuole, a cominciare dalle elementari, magari dall’asilo. Chi frequenta l’uno e le altre si vota ad un destino affamato, alla carestia. Chiudiamole, queste benedette elementari. Lasciamo che i bimbi pascolino liberamente alla brada, dove li porti la giornata. Chiudiamo anche le superiori e, naturalmente, le università. Terribili luoghi di affamamento, palestre di accattonaggio. Centri di spaccio di cultura. Allucchettiamo i libri. Sono diffusori di fame. Esiliamo teatranti e musicisti. Perché limitarsi solo all’abolizione di alcune materie, di alcuni esami?

All’assioma che lega cultura e carestia c’è chi si è provato a rispondere, negli anni, ipotizzando che sia possibile che la cultura “si finanzi da sola”. E che crei, anzi, nuova ricchezza. Scandalo.

Ci sono dei mondi, dei luoghi, dove, incredibilmente, è possibile. Dove succede. Dove tutto questo è visibile. Certo, non è per niente facile. Bisognerebbe renderlo possibile anche qui. E si può fare. Bisognerà provarcisi davvero, prima o poi. Oppure chiudere tutto davvero. —

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