Non chiamatela arte «È una fabbrica»
Al posto di un bar chiuso, in via Montanara apre Fake Coma Ecco il collettivo di due scultori, un fotografo e un architetto
GROSSETO. Al numero civico 3 di via Montanara apre Fake Coma studio: e non è una fake news. “Fake” e “Coma” stanno per il doppio binomio frutto delle prime due lettere che compongono i nomi dei quattro artefici di un collettivo di idee che – proprio in via Montanara – riaccende le luci di uno dei ventidue fondi sfitti all’interno dei quali – il 16 novembre – verranno inaugurate venticinque attività commerciali grazie a Pop up Lab, il progetto-cantiere con cui l’Amministrazione comunale punta a rilanciare il salotto cittadino.
Il Tirreno entra nel fondo che tempo fa ospitava un bar: con l’aiuto di un elettricista (un po’factotum), qui sono alle prese con i lavori di restyling. C’è Matteo Maggio, laureato in scultura all’Accademia di Belle Arti di Carrara, che – tornato nella sua città Natale – insegna al liceo artistico. C’è Kerta Von Kubin, origini francesi, ha vissuto sette anni a Berlino e a Grosseto ha vinto la residenza d’artista “Fuori”, realizza gioielli e sculture in metallo, e oggetti di mobilio. Ed ecco Faber Torchio, che è nato in provincia di Cremona, ha vissuto nove anni a Barcellona, e il suo cosmo è la fotografia. Oscar Corsetti invece è un architetto ma oggi predilige soprattutto il design; “quasi” (come dice lui) amiatino – è di Semproniano – una decina di anni fa si è trasferito a Grosseto e arrivava da Firenze.
Sono loro il Fake Coma studio. Che non è un’associazione bensì un collettivo. Che è composto – non tanto da amici di vecchia data, «ci conosciamo da poco» dicono – bensì da persone «con quattro punti di vista diversi» «che si fidano le une (delle competenze) delle altre».
È un bel quartetto, composito, che in via Montanara intende mettere su una mini factory. Una fabbrica. Di idee e di progetti che ruotano intorno al saper fare con le mani. Sono artisti? Forse anche lo sono – ma prima di tutto – sono “artigiani”, nel senso traslato e nobile del termine. Mentre descrivono il loro progetto, a qualcuno scappa la parola “arte”: «Ma non avevamo detto che questa parola non si sarebbe usata?», ricorda a tutti Oscar, l’architetto. Chissà perché. Ma del resto chi ha detto che l’artigianato escluda l’arte? Sarà «artigianato ma non artistico in senso stretto» spiegano. Al Fake Coma studio il collettivo esporrà – e con l’intento anche di vendere – le proprie produzioni: dipinti e tele, scatti d’autore, gioielli e sculture, componenti d’arredo e mobilio ma anche installazioni audio-visive. Tu guardi da fuori, c’è qualcosa che ti piace ed entri: potrai apprezzare il pezzo unico esposto ma anche scoprire i “cataloghi” delle diverse produzioni. Non cercano sponsor (per ora, poi si vedrà) “i” Fake Coma studio: piuttosto sono benvenuti i committenti perché il quartetto è in grado di assecondare le più variegate richieste pratiche.
Matteo e Kerta, Faber e Oscar hanno anche intenzione di contaminare le proprie idee con quelle dei “vicini”: con altri popuppers, come – per esempio – le ragazze di Spazio Lumina di via Garibaldi (e non solo). Lo studio fungerà anche da spazio-laboratorio (sul retro) e da piattaforma per dare vita a nuove collaborazioni e per organizzare workshop: «Dall’insegnamento della lavorazione dei metalli ai bambini» propone Kerta «all’educazione all’immagine» dice Faber, per un pubblico che – bulimico dell’immagine – forse ha ormai perso anche il senso di essa (e del bello). –
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