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Rabitti ai ferri corti con Arpat «Doveva valutare le emissioni»

Alfredo Faetti
Rabitti ai ferri corti con Arpat «Doveva valutare le emissioni»

L’Agenzia si è smarcata dalle verifiche sui forni dell’inceneritore di Scarlino L’ingegnere solleva dubbi: è l’ente di controllo, non può non sapere

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FOLLONICA

Gli occhi di Paolo Rabitti, ingegnere e figura di riferimento nelle inchieste pubbliche che si sono susseguite negli anni, sono sempre ben puntati sull’inceneritore di Scarlino. Ma altrettanto attente sono le orecchie del tecnico, che senza giri di parole definisce “dichiarazioni sconvolgenti” quelle rilasciate da Arpat nei giorni scorsi.

L’agenzia infatti era intervenuta per quel che riguarda i forni dell’impianto e il mancato rispetto delle norme rilevato dallo studio del Cnr di Napoli venuto fuori durante il procedimento civile della class action: a questo riguardo, Arpat ha detto di non essere stato soggetto competente nel corso dell’ultima conferenza dei servizi. «Se non l’Arpat chi?», si chiede allora Rabitti.

«Non spetta a noi effettuare le verifiche sui forni dell’inceneritore», le parole della nota Arpat, che poi ha ricordato come «prima dell’entrata in esercizio dovrà essere controllata la conformità dell’impianto».

Per Rabitti questa presa di posizione è suonata come le unghie sulla lavagna. «I forni sono degli anni Sessanta, modificati nel ’95 e così rimasti – dice l’ingegnere – La legge che stabilisce il criterio di permanenza dei fumi per più di due secondi a più di 850 gradi (il parametro che non sarebbe rispettato a Scarlino secondo il Cnr, ndr) è un decreto del 2005, mentre la prima Aia è del 2010. Chi, se non l’Arpat doveva verificare il progetto, il “come costruito”, l’equipaggiamento e la gestione, come disposto dalla legge?». Ma i dubbi di Rabitti non si esauriscono lì. «Chi se non l’Arpat doveva indicare il posizionamento del termometro atto a controllare la temperatura dei fumi in un punto tale da garantire il rispetto della disposizione del tempo di permanenza di due secondi?».

La spiegazione tecnica verte allora sulle diossine. «Ricordo che la disposizione sul tempo di permanenza minimo dei fumi è stata esplicitamente adottata dal legislatore per impedire la formazione di diossine durante la combustione», continua l’ingegnere, che riprendendo le parole diffuse dall’agenzia, pone l’accento su come in tutti questi anni in cui l’impianto ha marciato senza problemi possano essere mancate delle garanzie di controllo. «Dopo otto anni dalla prima Aia l’ente di controllo sostiene che non sono di sua competenza le verifiche dei forni e ci informa che la conformità dell’impianto non è mai stata verificata e lo sarà a data da destinarsi, dopo che l’inceneritore ha bruciato per anni centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti in un impianto non a norma, secondo Cnr e Ctu del Giudice di Grosseto – conclude Rabitti – Quanta diossina ci sia in giro è ben noto». —





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