Il Tirreno

Grosseto

Lo credono morto per mesi, poi la rivelazione: «È vivo, forse è segregato»

Francesca Gori
La tomba di Giuseppe Niccolini nel cimitero polacco dove sarebbe stato sepolto
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La tomba di Giuseppe Niccolini nel cimitero polacco dove sarebbe stato sepolto

Grosseto, un ragazzo si presenta alla porta della figlia e della moglie e lancia l’allarme. Loro sporgono denuncia: hanno un certificato di morte, ma è falsificato

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GROSSETO. «Roberta, Maestro, mi ha mandato, Maestro, tuo padre non è morto ma è molto malato e vuole che lo aiuti a tornare a casa, perché tenuto prigioniero». Al campanello della casa dove vivono Roberta Niccolini e Ivana Cesaretti, la figlia e la moglie di Giuseppe Niccolini, martedì alle 21,30 tutte le certezze sono diventate coriandoli di carta: sulla porta del palazzo c’era un ragazzo che non si è presentato ma che ha detto loro di arrivare dalla Polonia e di avere delle comunicazioni importanti da fare loro. Ha pronunciato quella frase, ha detto alle due donne che non le avrebbe potute accompagnare alla polizia per raccontare quello che sapeva, allontanandosi subito dopo a piedi. «Non posso - sono state le ultime parole pronunciate dal ragazzo - mi uccidono. Vai tu, aiuta tuo padre, ha bisogno di essere curato, è molto malato».

Ivana è rimasta senza fiato e ha chiesto a Roberta di portarla in questura, dove ha sporto denuncia all’ufficio prevenzione e soccorso pubblico. Le due donne, insieme alla figlia di Roberta, Angelica, si sono presentate ai poliziotti e hanno raccontato una storia degna di un romanzo di Agatha Christie, fatta di distanze, soldi, bugie e anche un certificato di morte falsificato dove Giuseppe Niccolini viene indicato come divorziato quando le pratiche per la separazione da Ivana non le ha mai avviate.

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Ora le due donne chiedono aiuto per scoprire la verità. Per sapere se quel padre e marito che da venticinque anni lavorava in Polonia è ancora vivo e se davvero ha bisogno d’aiuto. «Il 20 aprile ci hanno detto che mio padre era morto - dice Roberta - Mi aveva chiamato un ragazzo polacco, che sapevo essere il figlio dell’amante di mio padre. Cinque giorni dopo, senza aver ricevuto alcuna spiegazione, mi contattò di nuovo, dicendomi che mi avrebbe fatto avere il certificato di morte attraverso due operai croati e che mio padre era già stato sepolto».

In quale cimitero sia la tomba di Giuseppe Niccolini, sua moglie, sua figlia e sua nipote lo ignorano. «Ci hanno solo detto che è un camposanto con poche anime - dice - ma non mi hanno voluto dire la località. Mi hanno soltanto mandato una fotografia, dove si vede la foto di mio padre con la data di nascita e di morte e un cuscino di fiori».

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Il certificato di morte, a maggio, era nelle mani della moglie Ivana. «L’ho portato all’anagrafe perché lo registrassero e per fare la comunicazione all’Inps - spiega la donna - È in polacco, ma ci siamo accorte che c’era scritto che mio marito era divorziato. Questo non è vero, io e lui nonostante tutto non ci siamo mai separati». E da lì che sono nati i primi sospetti: Roberta e Ivana hanno cercato di sapere qualcosa di più, hanno chiesto di poter parlare con i medici dell’ospedale dove l’uomo sarebbe morto. «Non ho nemmeno mezza cartella clinica - dice la figlia - e non sono nemmeno certa che mio padre sia morto in ospedale o se invece fosse a casa sua, in Polonia. Quando abbiamo visto quel certificato di morte che riportava quella notizia falsa, ovvero che mio padre fosse divorziato, abbiamo presentato una denuncia alla Procura».

C’erano già troppi sospetti sulla morte dell’imprenditore settantacinquenne. Dopo quel trillo di campanello dell’altra sera però, il confine tra realtà e dubbio è diventato ancora più sottile.

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