Sicurezza
Rapina e sequestro di persona Condannato a sette anni
Riconosciuto colpevole per il colpo da 516mila euro nel laboratorio di via Adige La banda era entrata fingendo di essere una pattuglia della guardia di finanza
GROSSETO
Contro di lui il traffico telefonico, frequente prima e dopo la rapina ma significativamente muto nelle ore del colpo; il riconoscimento fotografico, anche se parziale; la conoscenza con i complici; la similarità con assalti similari. È per questi motivi che il giudice Marco Mezzaluna ha condannato con il rito abbreviato a 7 anni e 2. 200 euro di multa (con interdizione perpetua dai pubblici uffici) Michele Dia, palermitano di 43 anni, imputato di rapina, sequestro di persona nonché detenzione e uso di pettorine e tesserino di riconoscimento apparentemente appartenenti alla guardia di finanza.
È il colpo che venne messo a segno il 4 febbraio 2014 nel laboratorio Grossetana Metalli Preziosi di via Adige, che fruttò ben 561mila euro di oggetti in oro presi dalle vetrine e dalla cassaforte. Tre in azione, un quarto con funzioni di palo. I banditi avevano immobilizzato il titolare, mani e piedi bloccati con delle fascette di plastica e pellicola adesiva di alluminio, e l’avevano imbavagliato, per poi chiuderlo a chiave nel bagno. Chiusa anche una cliente nel frattempo sopraggiunta, cui era stata portata via la borsa. Quindi la Procura ha contestato anche il doppio sequestro di persona. Per i due coimputati iniziali, Giuseppe Vella e Antonio De Muzio, ci sarà il giudizio davanti al collegio del Tribunale. I tre erano stati tutti arrestati in seguito alle indagini della squadra mobile, su ordinanza di custodia cautelare eseguita nel dicembre 2016: un riscontro investigativo era giunto dalla rapina in banca del 30 luglio 2014 a Bassano Romano, effettuata con modalità analoghe e con sequestro di materiale molto simile a quello di Grosseto: erano stati fermati e denunciati Vella e Di Muzio (tra l’altro denunciati anche per la rapina in banca del 30 aprile 2014 a Sticciano Scalo).
Al momento in cui i falsi finanzieri erano entrati in azione, apparentemente per un controllo, nel laboratorio c’erano anche un rappresentante e un cliente, fatti allontanare. Rimasti soli, il titolare era poi stato ammanettato e legato. Nel bagno era poi finita anche una cliente entrata in seguito. Il primo cliente, insospettito, aveva chiamato la guardia di finanza, mentre la cliente rimasta dentro era riuscita a liberarsi e a dare l’allarme al negozio vicino: ma la Volante della polizia di stato riuscì solo a trovare il materiale abbandonato dai malviventi fuggiti con il bottino (fascette, manette, il rotolo di pellicola adesiva). La scientifica era riuscita a trovare un’impronta digitale che però non era stata attribuita ad alcuno degli imputati.
La consistenza del traffico telefonico fra i tre nelle ore precedenti e successive al colpo ha indotto il gup a ritenere che nel periodo intermedio i tre fossero insieme. Il riconoscimento da parte dei presenti, anche se incompleto, è contro Dia. Il gruppetto avrebbe raggiunto Roma il 2 febbraio; il 3 si sarebbe incontrati nella capitale; il 4 i tre sarebbero partiti (il palo sarebbe stato raccolto strada facendo) e i loro telefoni avevano fatto registrare traffico solo nelle prime ore del mattino, poi erano stati spenti per essere riattivati lungo la strada di ritorno verso Roma. Il gup evidenzia l’esistenza di collegamenti con la criminalità organizzata, per essersi procurati pettorine e tesserini; la dimostrazione di sangue freddo, per come era stato gestito l’imprevisto dell’arrivo della cliente; la professionalità, incompatibile con il gesto occasionale. E dunque nessuna attenuante può essere concessa. —
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