Il Tirreno

Grosseto

Da venti anni sale sulla Torretta: ogni sera carica a mano l’orologio

Fiora Bonelli
Da venti anni sale sulla Torretta: ogni sera carica a mano l’orologio

Storia di un volontario speciale: un artigiano classe 1941 si prende cura silenziosamente del meccanismo

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ARCIDOSSO. Qualcuno volò nel nido... dell’orologio. Tutte le sere da vent’anni si inerpica su per le antiche scale di ferro della torretta di Arcidosso e carica lo strumento. Controlla gli ingranaggi, le rotelle, i fili e i pesi, unge, ripara. Poi ripete il rito la sera seguente. Così da quattro lustri.

Un “lavoro” del tutto gratuito e silenzioso, di cui pochi nel paese amiatino sanno. Non sanno che i rintocchi che risuonano a tutte le ore del giorno in paese si devono a Franco Compagni che da tanti anni ormai, al tramonto, sale verso il centro storico, curva a destra scendendo le scalette di pietra ed entra nella porticina che lo introduce dentro la stanza dove si trova il marchingegno dell’orologio cittadino. Ancora due rampe di scalette ripide ed eccolo arrivare in cima al palco che ospita gli ingranaggi dell’orologio. Franco prende la “chiave”, una manovella fatta a zeta e comincia a caricare grazie a un gioco di pesi che si muovono su due corde. «Ci vogliono pochi minuti – spiega Franco – perché l’orologio sia a posto per circa 30 ore. Ma io vengo ogni 24 ore perché, se si fermasse, rimetterlo sarebbe più complicato. Suona a tutte le ore, segnandole con altrettanti rintocchi. Avevo pensato di farlo suonare anche alle mezz’ore, ma mi sono accorto che era assai difficile e per adesso ci ho rinunciato».

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Franco è uno storico fabbro di Arcidosso: «Molte parti in ferro al castello aldobrandesco sono opera della mia officina, ad esempio», dice. Ma soprattutto questo artigiano arcidossino, curioso, di una manualità speciale, ama studiare ingranaggi particolari, inusitati e metterli a punto. Così, quando verso gli anni ’80, furono fatti lavori edili alla Torretta e l’orologio si ruppe, Franco ebbe l’idea di provare ad aggiustarlo: «Con l’amico Antonio Giovannelli – rammenta – raccogliemmo i pezzi e cominciammo il lavoro di recupero. Alcuni frammenti mancanti li ricostruii nella mia bottega, studiammo testardamente i meccanismi e alla fine si riuscì a dare nuova vita all’orologio. Da allora ha sempre funzionato, ma per alcuni anni solo saltuariamente qualcuno si occupava della carica. Poi, una ventina di anni fa, decisi che me ne sarei potuto prendere cura, perché quell’orologio che adesso ha quasi 100 anni è un simbolo e un punto di riferimento del nostro paese. Per cui ogni sera mi arrampico in torretta, do la carica all’ingranaggio e mi sembra di aver aiutato un amico. Ormai siamo in simbiosi quell’orologio ed io. Il tempo passa per tutti e due. Siamo quasi coetanei. Io del 1941 e lui del 1931. 77 anni per me e 87 per lui. E aiutiamo le ore a battere e passare. Un legame viscerale con questo nostro paese».

L’orologio della Torretta di Arcidosso, dunque, è lì dal 19 novembre 1931, quando fu comprato dal podestà Gino Fabbri che lo acquistò dalla ditta Toninelli &figli di Cecina, come racconta Giorgio Fatarella, ricercatore di Arcidosso nel suo libro su Salaiola. Il nuovo orologio andò a sostituire quello che era stato trasferito alla Torretta dal castello aldobrandesco nel 1851, data di costruzione della Torretta stessa. Di quell’orologio anni ’30, dunque, Franco fa anche manutenzione. Lui che in gioventù era stato impiegato in comune e in pretura, poi operaio meccanico dipendente, infine mise su l’officina di fabbro, un sogno realizzato che adesso gestisce il figlio. Oggi Franco non lavora più, ma torna al suo mestiere quando c’è bisogno di un pezzetto, una vite, un bullone per il suo orologio. Perché non smetta di far scorrere il tempo. —


 

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