«Non la voleva uccidere» Di Gioia accusato di rapina
La madre del cinquantenne morì al termine di una lite nell’abitazione della donna Secondo il pm, il figlio intendeva ferirla per portarle via gioielli e soldi: lui nega
GROSSETO
Donata Muccio, 85 anni, fu trovata senza vita nel suo appartamento di via Sauro, il 24 ottobre di tre anni fa. Donata aveva aperto la porta di casa sua al figlio Giuseppe Di Gioia che avrebbe dovuto pranzare con l’anziana e poi raggiungere la sua famiglia. Ma tra quelle mura, scoppiò un litigio e le conseguenze furono terribili: la donna morì e l’uomo, in preda al panico, mise a soqquadro l’appartamento per simulare un furto finito male.
L’uomo era stato arrestato dagli uomini della squadra mobile della questura di Grosseto con l’accusa di omicidio volontario aggravato e simulazione di reato. Una volta in carcere, difeso dagli avvocati Sabrina Pollini e Alessia Ceraolo, l’uomo decise di non rispondere alle domande del giudice per le indagini preliminari Marco Bilisari ma di rilasciare alcune dichiarazioni spontanee per spiegare quello che era successo nell’appartamento.
Ora il sostituto procuratore Salvatore Ferraro, nell’avviso di fine indagine per il cinquantenne, ha riformulato l’accusa: Giuseppe Di Gioia dovrà rispondere di omicidio preterintenzionale e di rapina aggravata. Secondo il pm, quindi, il cinquantenne non voleva uccidere la madre che- stando ai risultato dell’autopsia - morì per insufficienza cardio-respiratoria. Di Gioia è quindi accusato di aver procurato delle lesioni all’anziana madre: di averla afferrata per il collo, rompendole l’osso ioide. Ma anche di averlo fatto per portare via soldi, gioielli e il telefono cellulare di Donata. Se da una parte quindi il cinquantenne non avrebbe ucciso la donna intenzionalmente, dall’altra però, le lesioni che le avrebbe procurato sarebbero servite a portare via quei beni alla donna. Il figlio della donna però ha sempre raccontato un’altra verità: ha ammesso di aver litigato con la madre ma ha sempre negato di averle messo le mani addosso. I gioielli, i soldi e il telefonino dell’anziana furono ritrovati dagli uomini della squadra mobile sul tetto del palazzo dove l’anziana viveva in via Sauro al numero 100.
Non è ancora stata fissata la data dell’udienza preliminare ma l’avvocato Sabrina Pollini e l’avvocato Alessia Ceraolo hanno le idee chiare sul da farsi: si andrà a dibattimento. Di Gioia quindi, non chiederà alcun rito alternativo. «Quello che ha sempre sostenuto con fermezza - spiega l’avvocato Pollini - è il fatto che non abbia messo le mani addosso a sua madre. Tutto quello che mancava dall’appartamento era stato subito ritrovato sul tetto. È stato lui a spiegare di aver avuto paura, quando ha visto che il tentativo di rianimazione fatto sull’anziana madre caduta per terra, non era servito a nulla. In quel momento ha avuto un comportamento irrazionale per un figlio e ha simulato un furto sfociato in tragedia».
Il cinquantenne ha ripreso a lavorare ed è tornato alla sua vita. Ma non ha cancellato - e mai potrà farlo - il dolore di quella giornata. Quando sua madre è caduta a terra davanti a lui, uccisa secondo la difesa, da un attacco di crepacuore sopraggiunto al culmine della lite con suo figlio. —
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