Bright e Bubacar fuggiti dal loro Paese lavorano tra i ruderi
ROSELLE. Al lavoro in queste ore al sito archeologico di Roselle c’erano due richiedenti asilo. Uno è Ossay Bright, professore della Nigeria, già attivista all’Università, fuggito in Libia, poi...
ROSELLE. Al lavoro in queste ore al sito archeologico di Roselle c’erano due richiedenti asilo. Uno è Ossay Bright, professore della Nigeria, già attivista all’Università, fuggito in Libia, poi imprigionato. È in Italia dal luglio 2017, è passato un anno. «Sono stato in prigione – dice lui mentre sistema il parco rosellano - ho visto persone che venivano decapitate e altre che prima di essere liberate venivano schiavizzate». Ha visto la morte in faccia, lavora agli scavi con serietà. Accanto a lui c’è Bubacar Cham, 20enne del Gambia, fuggito dalla sua terra, anche lui dà una mano tra le rovine. Il parco archeologico è un formicolìo di persone che vi dedicano anima e corpo. Ci sono i richiedenti asilo, e per tutto l’anno ci sono i tecnici della Soprintendenza Simona Pozzi, appassionata restauratrice, con i colleghi Fabio Bacchini e Paolo Nannini. Le cooperative Uscita di sicurezza, Solidarietà e crescita e Auxilium collaborano al progetto dei richiedenti asilo al lavoro negli scavi. (el.gi.)
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