Italia
Ucciso nello schianto Condanna di un anno per l’uomo al volante
Il dolore e l’amarezza della famiglia di Tommaso «Il reato di omicidio stradale, in questo modo, non serve»
GROSSETO. Il sorriso di Tommaso era contagioso. Il sorriso di Tommaso Sicignano si era spento sul suo volto quando aveva ricevuto la telefonata di sua madre: la nonna era morta e lui sarebbe dovuto arrivare per tempo a Grosseto, per partecipare ai funerali. La sua auto però ebbe un guasto che lo costrinse a fermarsi tra le uscite Siena nord e Acquacalda, vicino al guardrail. Il tempo di chiamare sua madre, per dirle che la sua Fiat Seicento non ripartiva: in quel momento però, una Nissan Xtrail guidata da Albert Babuni, 35 anni di origini albanesi, gli piombò addosso, schiacciandolo. Era il 26 giugno dell’anno scorso: Tommaso morì due giorni dopo alle Scotte di Siena. «Ma per noi il mondo è finito il giorno dell’incidente - dicono i familiari del ragazzo - e ora che è stata emessa la sentenza, è come se lo avessero ucciso ancora. Il reato di omicidio stradale, che avrebbe dovuto inasprire le pene, sembra essere rimasto lettera morta».
Il babbo di Tommaso, Paolo, la mamma Marina Fernanda e il fratello Matteo hanno seguito tutte le udienze al tribunale di Siena, assistiti dall’avvocato Roberto Ginanneschi. La famiglia si è costituita parte civile. Il processo, celebrato con rito abbreviato, ha visto il conducente condannato a un anno con la condizionale e al pagamento di 4mila euro per le spese di lite, oltre alla sospensione della patente. Al trentacinquenne sono state riconosciute le attenuanti: non guidava sotto l’effetto di droga o alcol, era incensurato. «Ma ha detto di aver visto nostro figlio - spiega il padre di Tommaso - a una distanza che è stata calcolata di almeno 180 metri: però non ha frenato. Anche il consulente tecnico della Procura ci ha dato atto che la nostra ricostruzione dell’incidente è stata puntuale. Nonostante questo, la pena decisa ci ha fatto uscire da quell’aula sconfitti un’altra volta, dopo la perdita di nostro figlio. Nella sentenza è stato scritto che l’incidente è avvenuto per colpa specifica di chi era al volante, ma se le pene sono così lievi allora è come se le nuove norme sull’omicidio stradale non fossero servite a nulla. E questo è ciò che dal punto di vista morale mi uccide un’altra volta. Quando saliamo in auto, dobbiamo stare attenti: sappiamo che possiamo uccidere».
Giovedì sarà un anno che Tommaso non c’è più ma di lui, oltre al grandissimo lavoro di ricostruzione dell’incidente portato avanti da tutta la sua famiglia, che ha studiato la scena anche con una ricostruzione in tre dimensioni di ciò che è successo quel giorno d’inizio estate di un anno fa, resta il ricordo indelebile e l’esempio d’amore cresciuto giorno dopo giorno e anno dopo anno. Tommaso era uno sportivo, Tommaso era un ragazzo che aveva fatto dell’umiltà la sua bandiera. Esperto di arti marziali, diceva che sarebbe sempre rimasto una cintura bianca. Ora, mentre la battaglia in tribunale si sposterà nelle aule civili, quello che non cambierà mai sarà il suo ricordo. E quel sorriso che può brillare ancora, almeno sugli otto volti delle persone alle quali, grazie alla donazione degli organi di Tommaso, il ragazzo ha salvato la vita.
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