Il Tirreno

Grosseto

Scomparsi i soldi dei rifugiati Indagato anche un parroco

di Francesca Gori
Scomparsi i soldi dei rifugiati Indagato anche un parroco

Avrebbero fatto sparire 600mila euro destinati all’accoglienza dei migranti La Diocesi ha avviato un accertamento interno, il prete non è più amministratore

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GROSSETO. Da una parte c’erano gli uomini della guardia di finanza di Siena che stavano accertando se il lavoro svolto da una società senese con i rifugiati arrivati in Italia fosse del tutto in regola, dall’altra invece c’era la Diocesi che aveva aperto un’indagine interna per valutare la posizione del parroco che aveva ricevuto l’avviso di garanzia da parte della Procura di Siena: il parroco, che proviene anche lui dall’Africa come gli uomini e le donne arrivati come esuli in Italia, è stato rimosso dall’incarico di amministratore parrocchiale, lasciandolo in parrocchia solo per portare avanti le attività pastorali ordinarie e più imminenti.

Gli accertamenti della Diocesi sono cominciati prima di quelli della guardia di finanza di Siena che hanno iscritto nel registro degli indagati anche i nomi di due senesi e hanno arrestato il capo dell’organizzazione: era lui l’amico del parroco, e sarebbe stato lui a chiedere al sacerdote di firmare quella convenzione. Tra le accuse mosse dal sostituto procuratore Salvatore Vitello ci sono quelle di turbativa d’asta, appropriazione indebita e autoriciclaggio.

I quattro sono infatti accusati di aver fatto sparire 600mila euro che sarebbero dovuti essere utilizzati per l’accoglienza dei rifugiati.

«Ribadisco la piena fiducia nell’operato degli organi inquirenti e della magistratura - ha detto il vescovo Rodolfo Cetoloni - e confermo ovviamente la mia disponibilità e collaborazione, così come ho fatto nel corso delle indagini portate avanti in questi ultimi mesi».

LE INDAGINI. I tre centri di accoglienza finiti sotto la lente della guardia di finanza di Siena si trovano uno a Monticiano e due a Sovicille. La necessità di creare una società ad hoc per partecipare alle gare di appalto nasceva dal fatto che la mente del sodalizio criminale, l'imprenditore arrestato, era gravato da precedenti penali e non avrebbe potuto di fatto partecipare. Per questo le cariche societarie venivano ricoperte da soggetti conniventi, un commercialista e un prestanome, ma di fatto la gestione era curata direttamente dall’imprenditore fallito. Per accedere ai finanziamenti previsti dalle gare di appalto per l’accoglienza degli immigrati era necessaria inoltre la sottoscrizione di una convenzione con operatori privati attivi nel campo dell’assistenza sociale. Le indagini sono state condotte anche attraverso una decina di interrogatori, compresi alcuni immigrati, intercettazioni telefoniche e perquisizioni, oltre all’esame di una copiosa documentazione bancaria, contabile, extra-contabile ed amministrativa relativa alle istruttorie delle gare di appalto.

A dare avvio alle indagini è stata la stessa Prefettura di Siena che ha segnalato alla finanza alcune anomalie, di cui era venuta a conoscenza, nella gestione di due società che negli ultimi anni si erano aggiudicato il servizio di accoglienza immigrati nei tre centri, uno dei quali era stato fino a poco tempo prima, un albergo a ore.

L’operazione “Picket” ha ricostruito come i tre uomini avessero creato un’impresa ad hoc sulla ceneri di una società fallita nel 2014, per partecipare alle gare di aggiudicazione dei servizi di accoglienza. Le cariche societarie venivano ricoperte da persone conniventi mentre, di fatto, la gestione era curata direttamente dall’imprenditore fallito.

Tra i requisiti necessari per la partecipazione al concorso, era prevista la sottoscrizione di una convenzione con operatori privati attivi nel campo dell’assistenza sociale, per l’espletamento di servizi di natura assistenziale sociale e sanitaria. Per sopperire alla carenza di questo requisito, è stata escogitata la sottoscrizione di una falsa convenzione con un ente del Grossetano che pur non avendo la struttura e i mezzi per l’esecuzione di quei servizi si impegnava a fornirli.

IL RUOLO DEL SACERDOTE. È qui che entra in ballo il nome del parroco che nella vicenda ha assunto un ruolo marginale rispetto agli altri tre protagonisti. Il sacerdote infatti era molto amico dell’imprenditore che è stato arrestato e ha messo la firma su una convenzione fasulla con un ente nel grossetano che, pur non avendo la struttura e i mezzi per l’esecuzione di quei servizi, s'impegnava a fornirli.

Nei confronti dei 3 denunciati sono state disposte misure restrittive della libertà personale mediante l’obbligo quotidiano di firma e la sospensione dalle cariche societarie. «La Caritas è totalmente estranea a questa vicenda - precisa una nota della Diocesi - e continua a portare avanti le proprie attività ogni giorno con grandissima cura. Da parte della Curia vescovile è in corso un’ulteriore fase di verifica, che potrà portare eventualmente anche all’apertura di procedimenti canonici formali».



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