Il Tirreno

Grosseto

La prima triste estate senza corse e cavalli

La prima triste estate senza corse e cavalli

Con l’ippodromo se ne va un pezzo di storia cittadina Un appassionato ricorda e si chiede: era proprio inevitabile? 

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Addio corse di cavalli all’ippodromo del Casalone. Un pezzo della storia di Grosseto va in archivio. E un lettore grossetano invia al Tirreno il suo appassionato ricordo. Che pubblichiamo.

* * *Grosseto aveva un ippodromo. Si chiamava “Ippodromo del Casalone”, era piccolo ma bellissimo. Piste in erba, una grande da 1. 400 metri, una “piccola” interna, al centro le diagonali dei percorsi ad ostacoli. Giubbe colorate, stupendi purosangue lanciati al galoppo, arrivi serrati. Nel tripudio del verde, alla periferia meridionale della città, di fronte al mare. Una magia come poche.

Il passato era glorioso. Realizzato nel 1925, si era conquistato con il tempo fama e onori. Negli anni ‘70, ‘80 e ‘90 le corse estive in notturna al Casalone erano eventi a cui i maremmani e i turisti della costa non sapevano rinunciare. L’ippodromo si riempiva di migliaia di spettatori di tutte le età e di tutti i ceti e diveniva luogo di incontro delle più note famiglie grossetane: Ponticelli, Tolomei, Cordovani, Lotti, Pallini, Monticelli, Picchi, Mensi, Palmieri...

I purosangue che vi correvano appartenevano alle scuderie e ai proprietari più prestigiosi (comprese le famiglie reali del Dubai e del Qatar), le corse erano di buon livello e ben remunerate (il Gran Premio Città di Grosseto era una corsa di selezione nazionale), i fantini e gli allenatori erano i migliori in assoluto (Marco Paganini era cresciuto, anche professionalmente, proprio in Maremma; grossetano è Valfredo Valiani, ancora oggi l’unico allenatore italiano capace di vincere una corsa di “Gruppo 1” in Inghilterra dopo Federico Tesio). La Scuola Militare di Cavalleria forgiava al Casalone cavalli e cavalieri che poi mietevano successi in tutta Italia.

L’indotto era imponente: le corse coinvolgevano non solo proprietari, allenatori, fantini e artieri, ma anche allevatori, veterinari, giudici ippici, impiegati, maniscalchi, commercianti di cavalli, di finimenti e di foraggi, trasportatori, allibratori, addetti al totalizzatore, alle telecamere, al fotofinish, alla manutenzione, ai due bar, ai due ristoranti ecc. E si correva praticamente tutto l’anno, approfittando del clima favorevole e della possibilità di raggiungere facilmente Grosseto, con i cavalli pronti per le corse, sia da nord (Pisa San Rossore) che da sud (Roma Capannelle).

Poi la crisi dell’ippica italiana cominciò a svuotare gli ippodromi. Mentre nel resto del mondo il sistema ippico esplodeva (vedi Gran Bretagna e Francia, ma anche Irlanda e Spagna, senza considerare Usa, Australia, Emirati Arabi, Sudafrica, Singapore e Hong Kong, Paesi in cui le corse al galoppo rappresentano realtà sportive ed economiche di prima fascia), in Italia l’esproprio delle sale-corse da parte delle altre scommesse sportive, la chiusura degli enti tecnici che governavano il galoppo e l’intervento non propriamente costruttivo della politica riducevano progressivamente spazi e risorse, esistenti e potenziali. Nonostante tutto, il Casalone era però riuscito a ritagliarsi uno spazio tutto suo nel panorama nazionale, divenendo un polo di riferimento per le corse ad ostacoli (siepi, steeplechase e cross) e accogliendo le prove più rilevanti per i cavalli anglo-arabi e arabi che attiravano le più importanti scuderie europee. E sembrava in grado di resistere alla crisi, in attesa di tempi migliori (e della sospirata, vera riforma del settore), come tanti altri ippodromi italiani, anche grazie ai ricchi contributi economici erogati ogni anno dal Ministero dell’agricoltura.

Invece la proprietà, oggi, decide di chiudere. Svuota le scuderie, divelle gli steccati, chiude definitivamente i cancelli dell’ippodromo. Ritenendo più conveniente dirottare terreni e strutture verso attività diverse, sceglie la discontinuità e cancella il Casalone e la sua storia.

Avrebbe potuto agire diversamente? Forse sì. Avrebbe potuto aprire ad altre manifestazioni equestri, trasformando il campo di corse in un centro di aggregazione per tutte le discipline che ruotano intorno al cavallo; avrebbe potuto insistere perché il Casalone diventasse un centro di allenamento di eccellenza, attirando per il buon clima e in tutte le stagioni le scuderie del nord, come già avvenuto in passato; avrebbe potuto provare ad attirare spettatori con iniziative nuove e diverse, sulle orme, ad esempio, di Capalbio, che ogni sera, in estate, attira con una semplice sagra all’interno dell’ippodromo centinaia di persone; avrebbe potuto, semplicemente, puntare sul Casalone e sulla sua capacità di durare nel tempo. Invece non lo ha fatto. E lo ha chiuso.

Così la magia è svanita e un altro anello della catena che legava Grosseto ai cavalli si è spezzato. La città perde una delle sue principali attrattive. I proprietari grossetani di cavalli da corsa dovranno accontentarsi di vederli gareggiare altrove. Gli appassionati dovranno recarsi a Pisa, a Roma, a Firenze per assistere alle corse, o guardarle in tv.

La prossima estate sarà la prima senza corse in notturna al Casalone. Un’estate tristissima per i maremmani e non solo per quelli che amano i cavalli e le corse.

Mauro Camuffo



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