Il Tirreno

Grosseto

Frode in commercio Andrea Barontini interrogato in aula

di Pierluigi Sposato
Frode in commercio Andrea Barontini interrogato in aula

Ha spiegato perché in vendita con il marchio Mabro  vi erano capi di abbigliamento prodotti da altre ditte 

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GROSSETO. Si è fatto interrogare in aula Andrea Barontini, già direttore generale di Abbigliamento Grosseto, imputato (con Gianluca Mauro già amministratore della stessa Abbigliamento, Silvano Franchi che ha già patteggiato, e Alessandro Tacca, entrambi di Compagnia mercantile della lana e del cotone) di frode in commercio per capi di abbigliamento messi in vendita con il marchio Mabro nonostante fossero stati prodotti altrove (fatti del 2011-2012).

E al giudice Giovanni Puliatti ha spiegato che «maglioni e camicie venivano comprati altrove. In via Senese si facevano soltanto pantaloni e capo spalla. Le spiego - ha aggiunto l’imprenditore pratese rispondendo alle domande del suo difensore, l’avvocato Carlo Valle - Se c’era bisogno di proporre per la vendita un total look, veniva chiesto ai nostri fornitori di produrre capi con il loro marchio. Un’attrattiva per il cliente, oltre che un servizio: nel nostro store si potevano trovare così il giaccone e i pantaloni prodotti da noi accanto a scarpe, cinture, camicie, maglioni prodotti da altri». Il riferimento è alla fornitura di capi forniti da Compagnia mercantile (ieri sono stati sentiti due testimoni, cui sono stati esibite fatture e accordi) e a quelle maglie Loro Piana di alta qualità, messi in vendita pur essendo stati prodotti altrove. «Erano prodotti di qualità molto alta. Io feci una verifica alla vigilia della vendita - ha aggiunto Barontini - Il prezzo era di 256 euro per ogni maglia di cashmire: un prezzo basso, sì, ma ripeto che l’obiettivo era allettare il cliente». Sulla qualità si era soffermato, nella precedente udienza, l’ufficiale della guardia di finanza che aveva seguito le indagini.

Barontini ha dato precisazioni anche sull’eredità del magazzino ex Mabro («un peso, dovevamo cercare in tutti i modi di vendere») e al contratto di affitto del ramo di azienda in relazione agli eventi di vendita («speravamo che ci alleviasse il fardello») nonché ai rapporti con Royal Tuscany (il contratto estimatorio). Si è soffermato sulle etichette quando il difensore di Compagnia mercantile, l’avvocato Stanislao Capasso, ha chiesto chiarimenti, ad esempio sui colori: «L’etichetta variava da stagione in stagione, era l’ufficio stile a decidere sul coloro delle etichette. La scritta con il marchio rimaneva, il cartellino poteva essere più o meno grande».

Di etichette, nell’udienza precedente, della loro diversità specifica per determinati capi e della normalità che ve ne fossero per capi prodotti da altre aziende aveva parlato anche Tiziano Bacci, che per trenta anni, fino al 2016, aveva lavorato tra Mabro e Abbigliamento Grosseto come responsabile degli acquisti. Aveva parlato dell’accordo con la Compagnia per lo store, aveva ribadito che Mabro aveva «commercializzato anche altri prodotti, estranei alla nostra produzione diretta: e poi etichettavamo i capi, come tutti. Camicie? Mai prodotte, solo messe in vendita».

Devono essere sentiti altri testimoni, si potrebbero far interrogare anche gli altri imputati. Il giudice ha rinviato l’udienza a novembre.

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