Italia
Sono in 3.900 e lo aspettano fin dall’alba
Dai cittadini alle associazioni e parrocchie è un concentrato di voci, emozioni e speranze
NOMADELFIA. Già dalle 5,30/6 lo attendono in centinaia, al di là delle transenne della tenuta di Nomadelfia. Qualche decina di minuti dopo la folla papale è già cresciuta a dismisura, fino a totalizzare 3.900 persone. Cattolici praticanti e atei: sono tutti in buon ordine nei prati della comunità fondata da don Zeno. Anziani, adulti o bambini. È un concentrato di voci, volti, emozioni (le foto sono dell’agenzia Bf).
Nel gran giorno del papa la popolazione di Nomadelfia è al completo: gli altri arrivano da paesi, parrocchie e città. I bambini giocano a calcio, le ragazzine si pettinano, fanno le trecce alle amiche. Ansia e attesa: le emozioni si stemperano solo verso le 9,30 quando Bergoglio riparte. Tra lacrime agli occhi e commozione, tutto è seguito passo dopo passo a distanza, sul maxischermo, nei prati o nella sala don Zeno. Attaccati alla balaustra ecco gli abitanti di Batignano. «Siamo in 150», dice una mamma, Cinzia. Affacciati sono i bambini Davide, Piero, Giulia e Tommaso che fanno amicizia, giocano e scherzano.
«Stamani (ieri per chi legge ndr) – dice Elisa, che abita a Nomadelfia e si è esibita nello spettacolo teatrale davanti al pontefice – abbiamo realizzato che a differenza delle nostre mamme, come nelle prove, a vederci all’opera era proprio lui. Abbiamo vissuto un clima di festa e il Papa ci ha esortati ad andare avanti. Tenevamo al fatto che attraverso le nostre storie lui vivesse la nostra comunità, nella gioia di una vita insieme, seguendo Gesù. Ha ammirato la bellezza che c’è qua a Nomadelfia».
Elisa è una “postulante”. E ne spiega il significato.
«Qui – dice – prima di entrare in comunità dobbiamo superare tre anni di postulantato, periodo durante il quale dobbiamo capire se siamo adatti alla vita collettiva e se per noi, appunto, questa è una vocazione. Possiamo quindi decidere di andare via senza rendere conto a nessuno, oppure aderire alla costituzione di Nomadelfia, documento peraltro approvato dalla Santa sede. Una persona, così facendo, decide di rimanere a Nomadelfia per tutta la vita, anche se può andarsene in qualsiasi momento». A parlare al Tirreno è un’altra famiglia della comunità. Nessun cognome, anche qui: «Siamo tutti fratelli e ci chiamiamo solo per nome». «Nell’89 venne Giovanni Paolo II e io e mia moglie, che c’eravamo, danzammo davanti a lui. Ora la stessa cosa l’hanno fatta i nostri figli», dice Alessandro.
«Bergoglio ci ha confidato di sentirsi in famiglia, proprio per il calore che gli abbiamo trasmesso. Continuava ripeterlo, dicendoci che eravamo grandi e bravi», dice la moglie Valentina.
«È stata un’emozione indescrivibile, perché il papa emana un enorme calore di cui si vede la grandezza», dice il figlio Stefano. «Gli abbiamo regalato un libro che descrive l’essenza di Nomadelfia», prosegue la sorella Rosalba. «E una pietra – conclude un’altra familiare, Daniela – perché il primo papa era proprio Pietro».
L’organizzazione funziona. Ci sono le forze dell’ordine al completo, i volontari, la Croce rossa con 25 soccorritori e la Misericordia. Accanto a Isabella Sichi e Leonardo Marras, c’è Caterina Bellandi, alias zia Caterina, tassista che porta un sorriso ai bimbi bisognosi di cure.
Luca, 20 anni, nomadelfo, sorveglia le transenne e ha cura di controllare che gli ospiti non “sgarrino”. «L’organizzazione è partita non appena abbiamo saputo dell’arrivo del papa», dice. Ed è soddisfatto Giovanni Paolucci, 31 anni, proveniente da Cuneo, nomadelfo pure lui stabilitosi qua con la famiglia quando aveva 12 anni. «Me lo ricordo quel giorno come un passaggio importante: cambiai città, regione, amicizie, ma fu arricchente». Da grande Giovanni è andato a fare l’università: si è laureato in Scienze politiche ed è tornato a Nomadelfia dopo aver sentito il richiamo della comunità, stavolta in modo convinto e autonomo e non come semplice seguace di una strada familiare. «Sentivo che Nomadelfia era il vestito giusto per me». Nella comunità Giovanni cura in maniera impeccabile l’accoglienza e riceve ogni anno circa 6-7mila persone. Cittadini, scuole, associazioni. Segue il musical su don Zeno che fa il giro dei teatri italiani. «L’ingresso è a offerta: riusciamo a rientrarci delle spese».
Giuseppe d’Alessandro, libero professionista, è in visita a Nomadelfia con la moglie Giulia Arbore e il figlio. «Sono molto amico - racconta - della comunità di Nomadelfia e cerco di aiutarli nei limiti del possibile. Ho visto l’amore che mettono in tutto: la prima volta che venni a messa qua provai una forte emozione per la spontaneità e la semplicità profuse: valori che vorrei davvero fossero recuperati nella vita di tutti noi».
È emozionato Silvano Polvani, scrittore, giornalista e storico ex sindacalista Cgil. Quando nel 1989 Giovanni Paolo II fu ospite a Nomadelfia, non poté entrare. «Nell’area industriale - dice - c’era una vertenza che riguardava i lavoratori delle ditte appaltatrici. Dissi che se non si fossero messi a posto i luoghi e gli alloggi dei lavoratori io li avrei portati quel giorno di fronte alla portineria. Ciò fece scattare il miracolo: tutto si rimise a posto ma io quel giorno non ricevetti il pass. Stavolta ci sono». Un auspicio? Quello di «sentire il conforto che papa Francesco può portare a questa terra, fortemente in sofferenza per il lavoro. Dove non c’è lavoro non c’è dignità», dice.
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