Il Tirreno

Grosseto

«Su Nomadelfia c’eravamo sbagliati»

di Gabriele Baldanzi

Il ricordo di Don Franco, dallo scetticismo alla condivisione del messaggio di Don Zeno. «Oggi è più che mai attuale»

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GROSSETO . «Don Franco, ma perché non viene con noi, qui a Nomadelfia? Ormai ci conosce, sa cosa facciamo, di cosa c’è bisogno…». A parlare è don Zeno Saltini, rivolto a don Franco Cencioni, il sacerdote grossetano (oggi novantaduenne) che tra il 1954 e i primi anni Sessanta, tante volte fu chiamato a celebrare la messa festiva a Nomadelfia, dopo la temporanea sospensione di don Zeno.

Don Franco è lucidissimo, si emoziona nel ricordare quegli anni.

«Don Zeno era una persona dal grande fascino, che, con il coraggio delle sue posizioni e la coerenza della sua vita, ha lasciato un solco profondo nella storia del cattolicesimo sociale, dando un corpo concreto a quella che poteva sembrare solo una impossibile utopia».

In queste parole, nella premessa, don Franco praticamente dice tutto. Poi si presta alle domande. Anche quelle scomode. Ed emerge qualche senso di colpa.

Quando ha conosciuto don Zeno Saltini?

«Io sono del 1926 e di don Zeno ne avevo sentito parlare già durante il periodo in Seminario. Nella sua opera c’erano aspetti in comune con l’impostazione di don Luigi Orione, a cui mi sono sempre sentito vicino. Si parlava di questo prete emiliano, del suo libro sulla rivoluzione sociale di Gesù Cristo. Lui arrivò in Maremma nel 1949 e io per primo non capivo cosa volesse fare. Poi nel 1952 lo conobbi di persona in una riunione del clero grossetano convocata dal Vescovo Paolo Galeazzi. Un paio d’anni più tardi mi ritrovai a dire la Messa della domenica a Nomadelfia, in quello che era un nascente villaggio che trasudava povertà. La prima volta che andai – ero giovanissimo – il vescovo mi disse: “Pensa all’uomo che hai davanti…”. Non lo nascondo: ero spesso emozionato, un po’ a disagio. Don Zeno, che nel frattempo si era laicizzato, prendeva la messa dalla prima panca e non mi toglieva mai gli occhi di dosso».

Com’era Nomadelfia nei primi anni Cinquanta?

«Come aspetto, molto diversa da oggi. C’erano già centinaia di persone, che vivevano in capanne, alloggi di fortuna. Disboscavano, dicioccavano, allevavano gli animali. C’era tanta miseria, strade fangose, una miriade di bambini. L’acqua la portavano con le botti, sui carri, e la corrente elettrica veniva prodotta da un generatore alimentato a gasolio, ma il gasolio a volte mancava. Gli anni Cinquanta a Nomadelfia sono stati anni di duro lavoro e spesso di fame, di silenzio, di diffidenza e incomprensione, da parte dell’opinione pubblica nazionale, dei grossetani, e anche – lo dico a malincuore – di una parte della Chiesa. Ripeto: le idee guida non le conoscevamo. Sapevamo che sulla Comunità gravavano tanti debiti, che le istituzioni – un po’ tutte – mostravano perplessità. Ci chiedevamo, mi chiedevo, cos’era esattamente Nomadelfia. Credevo inizialmente fosse solo un luogo di accoglienza per sfollati, per bambini orfani o abbandonati, per persone in difficoltà, un luogo di passaggio. Non si capiva che cosa volessero fare in questa Comune fondata sull’amore e sulla fratellanza, che rivendicava addirittura un primato sui vincoli di sangue. Insomma, a molti sembrava che a Nomadelfia seguissero una linea distorta».

La Diocesi aiutava don Zeno?

«Sì, più di quanto si possa immaginare. Il vescovo Galeazzi, quando andavo la domenica a dire messa alla Comunità, mi affidava sempre una busta con un assegno e mi faceva riempire il bagagliaio di provviste».

È corretto dire che don Zeno era un prete comunista?

«No, assolutamente no. Don Zeno non aveva nulla a che vedere con il Capitale di Marx o con Gramsci, non mutuava nulla da quelle dottrine. Lui si atteneva al Vangelo, all’esempio di Cristo, alla sua rivoluzione. È capitato di parlare con lui anche di certi temi. Ci trovavamo, a volte, al bar Perugina e, pur evitando di fare cenno alle vicissitudini della Comunità, lasciava bene intendere il proprio pensiero».

L’avvocato Luigi Vecchi, che difendeva don Zeno nei processi, concludeva le sue arringhe con queste parole: “Un giorno, quando dalle cronache passeremo alla storia, rifaremo il processo a Nomadelfia… o forse Nomadelfia lo farà a noi”. Da sacerdote ultranovantenne, a cui non manca lo spirito critico e il coraggio, pensa che a Nomadelfia si debbano delle scuse?

«Nomadelfia oggi è una realtà straordinaria, frutto di un’intuizione felice e provvidenziale di don Zeno. È un luogo che arricchisce. Basta entrarci per rendersi conto di una moltitudine di carismi con i quali lo Spirito abbellisce il volto della Chiesa. Si coglie la fraternità evangelica, la coscienza della centralità della famiglia, l’accoglienza di chi ha bisogno di genitori, il fatto che non esistono né padroni, né servi, che c’è un’umanità davvero libera, con un piacere autentico di vivere insieme. Sono elementi che qualificano la Chiesa e infatti Papa Francesco ha scelto di venire proprio qui. Non è un caso che due papi, diversi cardinali, vescovi, uomini di profonda fede, abbiano scelto negli anni di scoprire Nomadelfia, di aiutare Nomadelfia. Sì, io provo sensi di colpa. Da prete e da grossetano. Perché qualcosa abbiamo sbagliato. Tutti. Per esempio abbiamo creato poche occasioni di contatto e approfondimento».

Si può rimediare?

«Tutto si può rimediare. La visita del Papa è un’occasione enorme per rilanciare il messaggio di Nomadelfia, sempre attualissimo. Oggi riproporre alla città, alla Maremma, l’esperienza di questo laboratorio, dove la fraternità è legge, assume nuovi significati».

Ultima domanda. Lei ha parlato di piccolo laboratorio. Ma l’esperienza di Nomadelfia, a suo avviso, è applicabile anche su scala più ampia? Può diventare un modello esportabile?

«Se non credessimo a questo, che senso avrebbe la visita del Papa? Anzi, proprio adesso, in un’epoca di migrazioni, di grandi difficoltà, dove chi arriva dall’Africa o dall’Asia – senza nulla – sembra quasi che venga a toglierci il pane di bocca, riproporre il crudo messaggio di don Zeno è fondamentale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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