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«Prese l’iPhone con il video hard per vendicare la ragazza ripresa»
Le motivazioni del primo processo per la spedizione punitiva di Follonica, chiuso con una condanna Gli altri quattro imputati sono ancora in dibattimento, la prossima udienza si terrà a dicembre
GROSSETO. Partito - e subito rinviato a dicembre - il processo per la spedizione punitiva finalizzata al recupero di un iPhone in cui era contenuto un video porno, girato nel corso di un rapporto sessuale (ritenuto consensuale) dopo una serata in un locale da ballo, nell’agosto 2015, a Follonica. Un video in cui si vede il fondoschiena della ragazza, appoggiata sul cofano di un’auto, e gli organi genitali del proprietario del telefono.
Quattro gli imputati che hanno scelto di affrontare il processo davanti al collegio con l’accusa di rapina: sono la ragazza del rapporto sessuale, una ventenne, la madre e la nonna di lei, nonché un amico di famiglia: questi sarebbe stata la prima persona a cui il proprietario del telefono aveva fatto vedere il video, subito dopo il rapporto, e stando alla ricostruzione lui stesso ne aveva poi parlato alla famiglia. Per recuperare l’iPhone, il giorno dopo qualcuno (secondo l’accusa, il fratello della ragazza, minorenne) aveva anche portato con sé un bastone. Questi quattro imputati hanno scelto di seguire un iter diverso nel giudizio e affrontare il dibattimento. Un quinto imputato, un quarantenne che aveva fatto parte della spedizione punitiva, è invece già stato giudicato all’udienza preliminare. E condannato a 3 anni e mille euro con il rito abbreviato, come da richiesta della Procura.
Perché fu realmente una rapina, ha stabilito il giudice Sergio Compagnucci nelle motivazioni adesso depositate: il telefono fu strappato di mano non per motivazioni economiche ma perché il gruppo si voleva «vendicare per quanto fatto (dal proprietario dell’iPhone, ndr) e volevano prendergli il telefono contenente il video, visto come un intollerabile trofeo del rapporto sessuale consumato con la ragazza, peraltro in modo consenziente e tutt’altro che violento o fraudolento». Il giudice non ritiene di dover accogliere le tesi difensive che sollecitavano l’assoluzione per non aver l’imputato direttamente strappato il telefono di mano («ci fu un tentativo di colpirlo con un pugno, posto in essere peraltro dallo stesso imputato», il suo ruolo fu quindi di «consapevole concorrente nella spedizione punitiva, contribuendo allo scopo con l’intimidazione consistita nell’essere presente all’intero sviluppo dell’azione, cui ha contribuito sin dall’inizio e sino alla consumazione del reato») e per legittima difesa (fu invece una «ritorsione» secondo il giudice).
Il gup ricostruisce l’episodio nella sua interezza come emerge nelle carte a disposizione nella fase in cui è avvenuto il giudizio. La spedizione punitiva era avvenuta la sera successiva a quella trascorsa in discoteca. L’incontro con la vittima della rapina era avvenuta al pronto soccorso, dove il giovane uomo si era recato dopo la caduta da un muretto. All’uscita, aveva trovato il gruppetto dei cinque (più il minore) poi imputati. Quanto era accaduto trova ricostruzione concorde, secondo il gup, nelle dichiarazioni della parte offesa e dei testimoni. Ci furono anche minacce di morte e l’inseguimento con il bastone. Poco dopo al pronto soccorso era sopraggiunta la madre del giovane, cui la madre della ragazza avrebbe detto «qui finisce male, ora lo ammazziamo, è scappato» e avrebbe riferito che la ragazza sarebbe stata violentata. Il cellulare sottratto era stato consegnato quattro giorni dopo ai carabinieri dalla nonna, su incarico della madre. Era nelle mani di quest’ultima, nota il giudice, che la madre dell’aggredito l’aveva visto. L’annuncio dell’arrivo dei carabinieri aveva messo fine all’episodio.
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