Il presidio
Travolte dalla piena, scontro tra consulenze
Torrente Sgrilla: gli esperti dell’accusa insistono sulle omissioni contestate a sindaco e geometra
GROSSETO. Posizione chiare - e chiarite ancora di più al termine dell’esposizione da parte dei consulenti - al processo per la morte di Graziella e Marisa Carletti, intrappolate nella Citroen C3 travolta dall’onda di piena conseguente alle violente precipitazioni del 14 ottobre 2014 alla Sgrilla di Manciano, lungo la strada regionale 74.
L’accusa (in aula il pm Maria Navarro) è convinta che sia l’allora sindaco Marco Galli sia Furio Laghi in qualità di referente comunale per la protezione civile potevano e dovevano, ma non fecero tutto ciò che competeva loro. La difesa (avvocato Marco Calò) sulla scorta di dati scientifici è invece del parere che quel giorno l’evento atmosferico sia stato eccezionale e non annunciato nella sua gravità e che comunque sia il sindaco che il geometra erano in piena azione per garantire le condizioni di sicurezza. Come ha detto uno degli esperti della difesa, l’ingegnere fiorentino Massimo Massa, ci fu «un’impossibilità ad agire» nei termini indicati dall’accusa.
Istruttoria terminata: spetterà al giudice Marco Bilisari, a ottobre, decidere se i due imputati debbano essere condannati o no per cooperazione colposa in omicidio colposo, per le presunte omissioni di quel giorno ma anche delle fasi precedenti, ad esempio l’aggiornamento del piano di protezione civile.
Udienza di tre ore ieri, presenti i due imputati e due familiari delle sorelle Carletti (Aldo Stefanelli e la figlia Francesca, parte civile con l’avvocato Alessandro Antichi). A parlare per primo l’ingegner Piero Prestininzi, consulente della Procura (insieme al professor Enrico Larcan, assente - la Procura ha rinunciato a sentirlo). L’esperto ha definito gli interventi eseguiti dopo l’evento del 2012 «mirati a tamponare l’emergenza, non per ripristinare o aumentare il livello di sicurezza» e di «buona qualità» il piano comunale di protezione civile «ma con alcune mancanze, ad esempio la ricognizione dei punti critici»; operazioni che avrebbero dovuto essere fatte «in tempo di pace», «perché con l’impeto del momento non si fa nulla». Ha detto che «può accadere» che un blackout metta fuori uso le comunicazioni telefoniche, come quelle del sindaco. Ha detto che «la strada 74 è di competenza della Provincia ma la chiusura spetta alla polizia municipale: e così è avvenuto». Solo che il presidio (dei carabinieri) era a monte del punto della tragedia. «Se ci fosse stata una pianificazione - ha aggiunto - quella zona sarebbe stata inclusa in quelle a rischio». «Non risulta che sia stata data comunicazione al Cesi (il centro provinciale) dello stato di emergenza». L’incidente fatale poco prima delle 16.50: «I fossi minori escono dagli argini almeno due ore prima, i tempi tecnici operativi c’erano» per chiudere.
Ma le previsioni furono esatte? ha chiesto l’avvocato Riccardo Lottini per il Comune di Manciano responsabile civile: «No, l’intensità fu maggiore», ha risposto Prestipinzi, ma non essendo un esperto meteo «non posso stabilire con esattezza intensità, localizzazione e orario dei fenomeni». L’ingegnere ha poi preso atto delle precisazioni territoriali, anche sulla presenza dei punti critici nel piano (70); ha preso atto anche delle dichiarazioni di Laghi, che a verbale aveva fatto mettere di essere stato impegnato dove l’emergenza era già in atto, nella zona nord, ma poi al pm ha spiegato che Laghi «non ha adempiuto al coordinamento». Ha ammesso comunque che «la situazione è peggiorata in pochissimo tempo e in spazi contenuti».
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