Il Tirreno

Grosseto

La campana che suona più forte dei cannoni

di Giovanna Mezzana
La campana che suona più forte dei cannoni

Sorge accanto alla grande sala dedicata a Don Zeno Saltini Arriva dalla Slovenia e ha un significato simbolico: ecco quale

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NOMADELFIA. Quando arrivi a Nomadelfia e ti dirigi alla grande Sala Don Zeno – dove papa Francesco domani mattina incontrerà 640 persone, cioè l’intera comunità di nomadelfi più un gruppo di figli (nati o vissuti lì) e un team ristretto di giornalisti – non puoi non notare una grande campana.

Nell’enclave spirituale che si apre alle porte di Grosseto ogni cosa è straordinariamente semplice ma – nella sua essenzialità – spesso custodisce anche un significato “altro”: simbolico. È per questo che Il Tirreno – quando a febbraio visitò la comunità all’indomani della notizia dell’arrivo del Santo Padre – ha chiesto a chi lo accompagnava che significato avesse quella campana. Lo ha spiegato Giovanni Paolucci – Giovanni di Nomadelfia, perché quando si entra in «ambiente fraterno» i cognomi si lasciano fuori – 31 anni, una laurea in scienze politiche alla Cesare Alfieri di Firenze, arrivato a Nomadelfia dalle Langhe di Savigliano nel ’98, con i suoi genitori; e dopo la laurea, ha deciso di farvi ritorno.

«Questa campana – dice Giovanni al Tirreno – ha un significato molto particolare. Simbolico». Innanzitutto non è in bronzo – come una campana dovrebbe essere – bensì in ferro. È stata realizzata in Slovenia durante la prima guerra mondiale: e la Grande Guerra fu per quel paese dell’Europa dell’Est una maledizione, non solo per i morti sul campo ma anche per la devastante distruzione subita. «Venne realizzata lì da una parrocchia – continua Giovanni – a cui avevano preso la campana per farne palle da cannone». Ma il cuore di una comunità può continuare a battere persino sotto i colpi delle bocche da fuoco. Tant’è «che loro ne fecero un’altra, in ferro, perché – spiega Giovanni di Nomadelfia – volevano continuare a celebrare la domenica». Non è forse un simbolo, questo, oggi?

Nel 2013 la campana dalla Slovenia è arrivata a Nomadelfia: è un regalo, un dono, di quella parrocchia alla comunità fondata – e “rifondata” in Maremma – da don Zeno Saltini. «È giunta qui – conclude il suo racconto Giovanni – tramite un sacerdote che condivide la sua vita con i Rom». Anche il vescovo Rodolfo Cetoloni – che una quindicina di giorni fa era Nomadelfia per comunicare alla stampa gli ultimi dettagli sulla visita papale – si è fatto raccontare la forza che evoca il suono di quella calotta di ferro.

La campana continua a scandire la vita che scorre a Nomadelfia: anzi, Il Tirreno scopre che c’è un nomadelfo – in particolare – che ha il compito di suonarla.

Chissà se papa Francesco avrà il tempo di sentirla? Sicuramente la vedrà: è proprio alla Sala Don Zeno, infatti, che si svolgerà uno dei momenti più toccanti della sua visita; in 114 saliranno sul palco della Sala per dieci minuti di “spettacolo” – o meglio, di apostolato – per il Santo Padre. È il Vangelo della Danza, nel rispetto della tradizione voluta da don Zeno. Saranno in tutto venti minuti di grande emozione.



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